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Perugia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Tevere a Ponte Valleceppi, area dei perscatori

 

 

 



Il Tevere - pag.2
Ma la scelta del luogo si spiega con la convinzione che, posto più in alto rispetto al paese, meglio avrebbe diffuso il suono delle campane. L’eclettica ma elegante fattura, risalente al secondo Ottocento, è opera di Americo Calderini, cugino del più famoso Guglielmo; le campane sono opera di fonditori itineranti, le decorazione in cotto della fornace Biscarini. Come in tanti altri borghi del territorio perugino, qui le campane scandiscono ancora le ore, invitano alla preghiera, avvertono all’occorrenza dei pericoli, partecipano i momenti tristi o lieti di una famiglia all’intera comunità.Giriamo subito a sinistra e, dopo aver lasciato l’auto nel capiente parcheggio, imbocchiamo una strada di campagna che costeggia campi di tabacco e di mais. Poco dopo (1 km. circa) arriveremo al Palazzetto, luogo dalla fama sinistra e dalle misteriose suggestioni. Si tratta di un edificio strutturatosi in tempi diversi: al centro la parte più antica, una torre di avvistamento tardo-medioevale abbellita da una loggetta; ai due lati le ali per abitazione, costruite - come si può arguire dalla tessitura muraria - in epoca posteriore, e restaurate nel 1855, come si evince da una targa in cotto. Un pozzo profondo oltre trenta metri assicurava il rifornimento idrico. Sul davanti intonacato, lo stemma nobiliare dei marchesi Guglielmi - con un obelisco, un elmo, un’aquila - attesta uno dei passaggi di proprietà del luogo, che fu sede di una fraterìa e successivamente di famiglie patrizie quali gli Alfani (di cui si ricorda come proverbiale la crudeltà), i Della Corgna (che nel 1777 fecero costruire, poco distante, una cappella dedicata a San Giuseppe), e appunto i Guglielmi (gli stessi del castello sull’Isola Maggiore). Tuttavia l’evento che lo ha reso celebre è legato al nome dei signori di Perugia, i Baglioni.Esiste un destino, o fors’anche un’anima delle dimore? È la intrigante tesi di Marco Nicoletti, che dice di aver percepito, osservando il Palazzetto, la sensazione angosciosa di una casa fossilizzata, di una vegetazione ingrigita: “tutta la costruzione sembra circondata da una forza ostile che la separa dall’esterno per mezzo di un recinto invisibile”. Così che nelle pietre decrepite e negli alberi smorti sembra che rivivano le turpi passioni degli sciagurati abitatori di un tempo. Eppure la vista che si gode è magnifica: borghi murati, pievi, torri, abbazie popolano le catene dei colli che, l’una dopo l’altra, salgono dal letto del fiume verso il confine eugubino. Un territorio completamente incastellato, unito ancora dal reticolo delle strade medioevali, che è possibile percorrere e gustare con i tranquilli ritmi di allora. Adesso si può tornare indietro e, sempre a piedi, guadagnare l’ingresso del paese. Il Pons Patulus veniva definito nell’Età Media come un castello quattro miglia distante dalla città, dalla parte di settentrione, sul liminare dei contadi di Porta Sant’Angelo e di Porta Sole. Si ha notizia di torri di vedetta, case fortificate e mulini ad acqua. Poco rimane invero di questo sistema complesso, funzionale ad una economia feudale. Nella carta disegnata nel tardo Cinquecento da Egnazio Danti il “Ponte di Pattolo”, come pure lo si chiamava (con nome di evidente derivazione prediale) rappresenta lo scavalco più a nord del territorio perugino. Sulla destra ci viene subito incontro la chiesa parrocchiale, dedicata all’Assunta: al suo interno sono di qualche interesse una statua del compatrono San Rocco e una tela in cui, sullo sfondo di Civitella Benazzone, la Madonna col Bambino (il quale tiene n mano uno scapolare) viene adorata da San Francesco e San Carlo Borromeo. Di quest’ultimo una pia tradizione ricorda la forzata sosta al Ponte, in una notte di piena del 1562, durante un viaggio verso la Verna. La Casina di donna Laura Della Corgna, che l’avrebbe ospitato, è da alcuni individuata nel Palazzetto, da altri nella piccola e ormai decrepita costruzione antistante la chiesa. A questa adiacente è la canonica, con una loggetta dagli archi tozzi e compressi. Deve essere sorto qui il primitivo insediamento, per ovvie ragioni di sopravvivenza e difesa: dietro le colline da cui si ricavavano legna da ardere e pietra per costruire, davanti il fiume per le attività di pesca e molitura, attorno un striscia di terra da coltivare. Gironzolare fra le case e gli orti, passare sotto un arco, leggere una data (1556) su un muro ci restituirà il genuino sapore di una vita antica.Varcato il Tevere si entra nella parte moderna, che si presenta con casette a due piani, terreni a coltivazione ortiva, esercizi commerciali affacciati sulla strada. Sopravvivenze medioevali si incardinano comunque qua e là nelle nuove costruzioni. Dall’ipotetico centro del paese si diramano due strade, una diretta verso Resina, l’altra che curva verso la superstrada. Lungo la seconda, sulla sponda rialzata del fiume, che assume un andamento sinuoso, la reliquia storica più antica e venerabile: la chiesa di Santa Maria, che circa la metà del Trecento, secondo il manoscritto Belforti-Mariotti, era membro dell’Abbazia di Montelabate. Un tempo parrocchia, oggi è una piccola cappella con tele di epoca diversa: alle pareti un quadro cinquecentesco raffigurante Santa Margherita da Cortona inginocchiata davanti alla Madonna che sorregge il Cristo deposto; una copia della Madonna delle Grazie attribuita a Giannicola di Paolo il cui originale si conserva in Cattedrale; sull’altare una Vergine col Bambino, in una cornice di rose, d’intonazione orientaleggiante. Proprio di fronte alla chiesa si trova l’ospedale-ospizio per pellegrini di cui parlano gli antichi catasti, che un’iscrizione in pietra sulla facciata ci rivela di pertinenza del Sacro Convento degli Angeli, e una mattonella in maiolica custodita dagli attuali proprietari dello stabile ci dice invece dipendente da San Francesco al Monte (Monteripido). Ai due lati dell’antico ricovero una schiera lunga e bassa di case rivela, sotto le vesti dell’ammodernamento e del restauro, l’inequivocabile origine contadina. Lontano lo sguardo abbraccia il massiccio del Tezio, di cui si intravedono le emergenze federiciane del fianco orientale: il borgo di Migiana, Castel Procopio, Montenero, sovrastati dall’antivetta con antenna e croce. Da Ponte Pattoli, ripresa l’auto, si raggiunge Resina, oggi praticamente in continuo urbano, un tempo importante nodo direzionale che assolveva alla funzione di congiungere la rete stradale perugina della parte di settentrione con la via Romea, così chiamata dai pellegrini che dalle regioni del nord si dirigevano verso la città santa. Il piccolo agglomerato è omonimo dell’affluente del Tevere, che vi scorre nel mezzo. Ci troviamo al centro di una vallata, che segna il confine fra l’agro perugino e quello eugubino, e prende il nome di Valdiponte. Quale sia il ponte che abbia originato tale denominazione è non del passaggio in pietra sul torrente, ad esso posteriore. Quanto alla Romea, il fascismo la ribattezzò (al tempo dell’alleanza italo-germanica) dell’Asse Roma-Berlino. Si prosegue ancora e si arriva a Casa del Diavolo. Questa è sicuramente una denominazione più curiosa, che la tradizione orale fa risalire ad una casa abitata da villani violenti e bestemmiatori. Qui ci imbattiamo, come si conviene, in un trivio, luogo per eccellenza di incontri angelici e demoniaci. I numerosi affluenti che il Tevere riceve dalla dorsale appenninica sono in prevalenza a carattere torrentizio, e lo stesso fiume ha un andamento irregolare e fortemente influenzato dalle precipitazioni atmosferiche: andava dunque soggetto a straripamenti che gli avevano procurato la poco lusinghiera nomea di “devastatore terribile delle campagne”. Le cronache del passato ci parlano di copiose e frequenti alluvioni, con danni ingenti a persone e a cose. Per esempio il Pellini, con riferimento al 1432, scrive: “Furono in principio dell’anno grandissime pioggie per le quali e per le spesse inondazioni che fece il Tevere, si legge che il Ponte Felcino, cascò tutto con molto danno de’ passeggeri e viandanti”.Oggi il fiume scorre tranquillo e rassicurante, e il suo silenzioso srotolarsi al misterioso richiamo del mare si può intravedere nei varchi della vegetazione. Solo di tanto in tanto - in corrispondenza di una chiusa, di un isolotto, di un vecchio mulino - si ode impetuoso lo scroscio dell’acqua. Ma si può abbandonare il sentiero principale e prendere uno dei viottoli che conducono sulla riva, calpestandone la rena scura o i ciottoli levigati. È stato operato qualche modestissimo intervento, come un “villaggio dei bambini” in tronchi d’albero e funi intrecciate. Sebbene sia apprezzabile la scelta di mantenere l’ambiente allo stato primitivo, tuttavia si deve lamentare che i percorsi per la ricreazione o l’attività fisica manchino di punti di ristoro, e siano del tutto privi di servizi igienici. Appena superato il ponte, si fiancheggia una cava per la produzione di conglomerato bituminoso. Poco più in là, e via via che ci si addentrerà nelle stradine del paese, si incontreranno case con l’orto e il pollaio, giardinetti con magnolie e roseti, qualche albero da frutta ad uso familiare: come i peri, che forse sono entrati nella composizione del toponimo, o meli e peschi che con la loro fioritura offrono in primavera una gaia nota di colore. La sterrata rivierasca sbocca invece in uno spiazzo rotondo, ove si trova la chiesa dedicata a San Nicola di Bari, la cui esistenza è attestata fin dal XIV secolo, allorché risultava dipendente dall’Abbazia di San Paolo in Valdiponte. Si ha pure notizia di antiche confraternite cui spettava la manutenzione di alcuni altari minori e la celebrazione di particolari festività religiose. Vi si conservano tele del Seicento, pur di non eccelsa fattura; un simulacro in legno del santo eponimo; una croce astile in stile bizantino. Durante i lavori di restauro eseguiti a fine Ottocento, a seguito di una piena del Tevere, affiorarono sotto l’intonaco resti di affreschi quattrocenteschi. Davanti alla chiesa, divenuta a seguito di modifiche e aggiustamenti troppo piccola per contenere i fedeli, è stato costruito un altro locale per il culto, di forma circolare, su una ripa sopraelevata rispetto al fiume. Il nuovo locale, in vetro e metallo, è circondato da un giardino contiguo allo spiazzo. Si nota una scultura di Sauro Malfagia, raffigurante la Madre e il Bambino. 
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© Edizioni Era Nuova 2001