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Perugia

 

Il Tevere tra Ponte Felcino e Ponte Valleceppi

 

Ponte Felcino

Ponte Felcino è a 7 km, dal nostro punto di partenza, 8 dal centro di Perugia; vi si può accedere più comodamente da Monteluce, o al limite entrarvi dall’esterno, tramite l’ingresso dalla E45. Da qualunque parte vi si arrivi, l’appuntamento è accanto al viadotto di collegamento, nella pineta che rappresenta l’ingresso del parco fluviale, dove si può sostare all’ombra, su una panchina, guardando il lento muoversi delle onde, o imboccare uno dei percorsi pedonali che costeggiano il fiume. Quello che risale la corrente si interrompe poco dopo, sotto le arcate del ponte principale (ricostruito dopo che il vecchio era stato minato dai tedeschi in ritirata durante la seconda guerra mondiale), non senza però averci mostrato sull’altra sponda la parte posteriore del lanificio e ai bordi del sentiero due pregevoli manufatti in pietra grigia, intervallati da una facciata vivacemente intonacata: il conventino dei Frati Minori, sul quale si apre un lezioso balcone sostenuto da mensole finemente scolpite, e l’annessa chiesuola dedicata, da un Brancaleone di Panicale, ai santi Francesco e Antonio, come avverte la scritta in latino sull’architrave, e restaurata nel 1716, come attesta la data incisa su di un concio. Si risale quindi sul ponte, passando davanti ad una edicola in cui una cancellata in ferro protegge quanto resta dell’affresco di un ignoto artista contadino, raffigurante Gesù crocifisso; lo si attraversa, sostando ad un balcone da cui si può godere la vista delle vecchie case che si specchiano nel fiume; e passati dall’altra parte si è nel cuore del paese. Davanti a noi c’è la nuova chiesa parrocchiale, cui si accede da una scalinata contornata da giganteschi abeti, e adagiata sui bordi della collina ov’era un tempo la primitiva chiesa di San Felicissimo, della quale tuttavia si serba soltanto il ricordo.

 

 

 

 



Il Tevere
Il Tevere non costituisce il cardine di Perugia, come accade per i fiumi che attraversano tante città capitali, e ne sono al tempo stesso asse viario e commerciale, riserva d’acqua e di cibo, orientamento naturale per il tessuto urbano: ne costituisce, piuttosto, il limine. Qui infatti, sulle opposte sponde, si fronteggiavano gli Etruschi e gli Umbri; qui passava il confine della regione augustea; qui si arrestava il dominio del libero Comune medioevale. Il suo essere un segno di frontiera si avverte nelle persistenze dei castelli, delle torri, delle pievi, un tempo presidio e difesa del territorio, oggi testimonianza di un passato di guerra e di fede.Fu invece, Tiberis, il nume tutelare di Roma, personificato come un vegliardo con il remo e la cornucopia, invocato nei riti come pater dell’Urbe: e in qualche modo questo suo carattere sacrale doveva riverberarsi anche sul tratto perugino. A metà Ottocento un viaggiatore francese, il Dalmières, trovandosi da queste parti si recò a vedere quel fiume di cui tanto aveva appreso sui libri, e - come ci racconta - ne rimase affascinato. “Il Tevere! Ecco il Tevere! ho gridato con l’entusiasmo di uno scolaro. Scorre ai piedi della montagna di Perugia, arginato fra due cortine di vegetazione e corre in mezzo alla ridente campagna. I suoi flutti non sono ancora gialli e torbidi, come poi diverranno prima di arrivare nei luoghi dove Clelia li attraversò a nuoto, sotto gli occhi e le frecce del nemico”.In questo breve passo c’è l’entusiasmo che ci prende quando visitiamo i luoghi che gli studi classici ci han già reso familiari, la descrizione di un ambiente quieto e verdeggiante a corona di un flumen che i latini definivano flavum (biondo), il mitologico riferimento alla fanciulla che - ostaggio del re Porsenna - non esitò a fuggirgli e ad affrontare la corrente impetuosa pur di tornare a casa. È con tale spirito, di ammirazione e rispetto, che dobbiamo avvicinarci al Tevere, sapendo che in pochi corsi d’acqua come questo si son riflessi i trionfi e i drammi della storia; ed è con religioso timore che dobbiamo compiere quello che Anita Seppilli chiamava il “sacrilegio dei ponti”, percorrere cioè i sentieri sospesi che i pontifices (facitori di ponti) hanno osato gettare sull’acqua, infrangendone la sacralità nel momento stesso in cui la piegavano alle esigenze della civiltà umana. Il modo migliore per percepire il rapporto fra la città, alta sui suoi due colli, e il fiume lontano, è quello di discendere - ma sarebbe meglio dire tuffarsi - per la strada del Bulagaio, prendendola sotto piazza Grimana attraverso l’archetto settecentesco che delimita la cinta, o poco più in basso sbucando dalla via fuori le mura che costeggia il Parco di Sant’Angelo. In un attimo, per la strada stretta e scoscesa, delimitata da una vegetazione arbustiva invasiva e spontanea, si arriva a Ponte Rio, dove si incrociano le vicinali delle Lambrelle e di San Marino, lambendo a destra il fosso che dà nome alla contrada e lasciando a sinistra una emergenza degna di nota, la chiesina detta “dei Cenciarelli”.Il Bulagaio è rimasto quello di cui parlarono letterati ed eruditi perugini dell’età moderna, per rilevare come l’orografia tormentata e l’esposizione a settentrione obbligassero i Priori ad ordinare dispendiosissime muraglie di sostegno e continui lavori manutentori sulla vicina Porta delle Voltole (in fondo a via dei Pellari, chiusa ormai da secoli). In particolare, per il Mariotti, Bulagaria è vocabolo usato frequentemente per indicare luoghi simili; “e le Bolge di Dante hanno anch’esse somiglianza con questi dirupi, e valloni, se non hanno analogia con questo nome”. Secondo il Briganti invece “Bulagaio è parola puramente dialettale derivata forse da bugliare, gettare, perché quivi era il gettito dei rifiuti”. Il burrone infatti, nel Medioevo, serviva da discarica per l’intera città.In una piccola cappella, a mano manca della ripida discesa, si venera l’immagine della Vergine “Consolatrice degli Afflitti”, detta anche “Madonna dei Cenciarelli”, dai sacchetti (o cenci) riempiti di calce scrostata dai muri del sacro edificio e usati come scapolari o applicati sulle parti malate del corpo per propiziare la guarigione. La chiesina si apre per la festa, che cade in una domenica di giugnoSuperata la piccola frazione di Pontirio - come lo pronunciano i vecchi perugini - e il bivio per Montelaguardia e Cordigliano, si prende la strada che corre a fondo valle, parallela al Rio che denomina il luogo e che raccoglie le acque di scolo dai colli e dai valloni circostanti. Si lascia così la “parte di tramontana” (contado di Porta Sant’Angelo) per la “parte di levante” (contado di Porta Sole) e si punta decisamente verso la cintura dei ponti.Dopo qualche centinaio di metri, a sinistra, una salita piuttosto ripida porta a Poggio Pelliccione, una collina dai forti colori - il verde della macchia, il giallo delle ginestre - dove agli esemplari, o per meglio dire ai ruderi, ancora in piedi di vecchie abitazioni coloniche si affiancano le seconde case circondate da giardini e abbellite da cespi di rose coltivate. L’insegna di un agriturismo - San Felicissimo - ci ricorda il nome della contrada di pendio che scendeva fino a ridosso della chiesa parrocchiale della prossima frazione di Ponte Felcino. Dalla sommità del poggio si può ammirare da un versante il panorama di Perugia, colta in tutto l’asse nord-sud, dal tempio circolare di San Michele Arcangelo al tozzo campanile di San Domenico. Ed osservare dall’altro versante la pianura che, come come dice il Desplanques con una frase dal sapore erodoteo, rappresenta il dono fatto dal Tevere all’Umbria.In questa contrada fu ucciso dalla forza pubblica, il 10 settembre 1863, il brigante Domenico Patumi, detto Salvalanima, compagno del famigerato Cinicchia, il capobanda assisiate di cui si parlerà a suo luogo. Nato al Toppo di Monteluce, il Salvalanima s’era presto dato alla macchia compiendo numerose grassazioni e facendosi guida dei renitenti alla leva che, nel primo decennio post-unitario, provenienti dalle Romagne e dalle Marche, attraversarono numerosi il territorio umbro diretti verso Roma, ancora papalina. Questo fatto di sangue ci riporta alla difficile costruzione della nuova Italia, favorita dalla borghesia liberale e dagli strati artigiani più evoluti - nella città e nei ponti - avversata dalle fasce più umili della popolazione, soprattutto dalla massa contadina. Prendendo invece, da piazza Paoletti, la direzione di Villa Pitignano, per via Mastrodicasa, si incontra quasi subito sulla destra, in riva al fiume, il bellissimo Bosco Didattico. Questo complesso vegetazionale, coltivato a scopo di conoscenza e di educazione ambientale, ma dotato altresì di forte valenza ricreativa, si estende su una superficie di circa 45.000 mq, su un’area di grande valore storico, perché situata attorno a preesistenze edilizie di tutto rispetto: una vecchia casa colonica, che può essere testimonianza ed esempio di ciò che fu l’architettura rurale umbra; le due torri, del mulino e del casale Bombelli, che ci danno indicazioni sul sistema fortificato dei centri di produzione e trasformazione nell’età di mezzo; la centrale idroelettrica - alimentata da un canale artificiale - che forniva energia al lanificio. Oggi il Bosco Didattico, parte integrante del Parco fluviale del Tevere (costituito a metà degli anni ottanta), è meta di visite istruttive da parte di scolaresche che han modo di leggere, in questo che con espressione galileiana potremmo definire “libro della natura”, i nomi e le forme delle piante, e di conoscere gli animali nei loro recinti: gli splendidi, regali pavoni dalle ruote istoriate di preziosi occhi blu, o candide come veli da sposa; e i più modesti esemplari gallinacei, dal piumato fulvo e dalla cresta ardita. Sulle panchine, donne che sferruzzano e nonni che leggono il giornale, dando uno sguardo preoccupato ai nipotini che corrono felici. In qualche modo è il ritorno ad una tradizione popolare. Nelle frazioni tiberine infatti, come ricorda Catanelli, si dava convegno, per un bicchiere di vino e una discussione politica, la folta mano d’opera composta da muratori, carpentieri, renaioli, lavandaie. Mentre la borghesia celebrava le sue feste in città, “i sovversivi marciavano a piedi verso Pretola, Ponte S.Giovanni, Ponte Felcino e Ponte Valleceppi”. In prosecuzione del settore naturalistico c’è l’area degli impianti civici e sportivi: il CVA, il bocciodromo, il campo di calcio, la scuola dell’obbligo, il ritrovo per anziani. Tutto tra il fiume e la strada, che permette di passare da Ponte Felcino a Villa Pitignano - 1,5 km. - senza soluzione di continuità. Il medesimo percorso può essere compiuto a piedi lungo il sentiero che costeggia il canale, dal vecchio mulino alla centrale idroelettrica. Se non fosse per l’aspro odore di acque stagnanti e di erbe marcite, sembrerebbe di passeggiare in un quadro. Sulla destra il fiume, parallelo al sentiero, è nascosto da chiome di ontani e di carpini. Da Villa Pitignano in auto (ma è in corso di realizzazione un percorso pedonale), dopo 5 km. di strada pianeggiante ed ombrosa, si arriva agevolmente a Ponte Pattoli. A Ponte Pattoli si può arrivare, anziché dall’asta fluviale, dal retrostante Colle Maggiore, sulle cui pendici si appoggia il nucleo più vetusto del paese. Da Ponte Rio prenderemo, in questo caso, la strada che sale a Montelaguardia e Montebagnolo: un punto che Capitini dice il più esposto a nord, sotto l’Orsa del cielo. “Questa è la campagna meno ridente, con dimore antiche e rare, macchie solitarie, piagge giallastre. Dalla cima, dove sono ancora le rovine di un’antica casa o guardia che fosse, si abbraccia la zona più montuosa e scoscesa dei dintorni di Perugia, ma lontano nel pomeriggio, sorride in una luce celestina Assisi e il Subasio”. All’altezza del belvedere di Montebagnolo si scollina, lasciandosi a sinistra il bivio per Valbiancara, e a destra in discesa, dopo alcuni tornanti) quello per Pieve San Sebastiano. Si attraversa Cordigliano - un pugno di case sorte attorno alla chiesetta di San Cristoforo e ad un antico ospedale dei maestri legnaioli - e infine si plana dolcemente sulla pianura. Il percorso sembra allungarsi (ma è una falsa impressione: sono 10 km. dallo Sperandio in Porta sant’Angelo, a Perugia, sino al Ponte, l’esatta metà della distanza in superstrada), e si fa, questo sì, più tortuoso. In compenso si scoprono, nei varchi lasciati dai querceti, scorci luminosi e silenti, e si contano ai margini della strada edicole, casolari, ville che ci riportano alla magia di epoche remote: fino all’incontro con un solitario campanile, che preannuncia l’ingresso nell’abitato, visibile qualche curva più in giù. Desta meraviglia la posizione di questo pinnacolo, staccato com’è dalla chiesa, con accanto i ruderi di una cappella funeraria. 
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© Edizioni Era Nuova 2001