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Archeologico |
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>>> lungo la ss. 75 bis vicino al passaggio a livello.La tomba fu scoperta durante i lavori di scasso per la costruzione di una strada nel 1840. È profonda rispetto al piano stradale e vi si accede tramite una ripida scalinata che termina davanti ad una porta che conserva ancora la lastra di chiusura, architrave e stipiti: su quello di destra corre una iscrizione verticale che ci informa che la tomba fu costruita da Arnth e Larth Velimnas, figli di Aules.L’interno, molto ampio, riproduce una casa italica, con
al centro l’atrio, coperto da un soffitto a doppio spiovente con columen (trave) centrale e travi laterali. Su ambo i lati si aprono cubicula (stanzette) e, in fondo, il tablinum (stanza principale di soggiorno). Questo è coperto da un soffitto a cassettoni con testa di gorgone.Nel triangolo del timpano di accesso al tablinum è scolpito uno scudo con gorgone tra due busti maschili e due spade mentre sopra la porta di ingresso alla tomba, sul lato opposto, un altro scudo è sorretto da due delfini; ai lati di questi restano tracce di una figura alata che pare un demone infernale.Gli otto cubicula laterali sono decorati lungo le pareti e i due ai lati del tablinum hanno soffitti scolpiti a cassettoni.La tomba era predisposta per ospitare diverse generazioni come dimostrano l’ampiezza e le banchine che corrono tutt’intorno. Invece solo il tablinum contiene delle urne. In fondo, in posizione centrale, c’è l’urna/sarcofago del capofamiglia Arnth Velimnas, figlio di Aules, disteso sulla kline (letto da banchetto), che
poggia su un basamento a dado con dipinta, al centro (ne restano tracce) una porta, quasi certamente quella degli inferi, fiancheggiata da due figure alate femminili (lase) che tengono una torcia in mano. Altre quattro deposizioni maschili si trovano alla sinistra di Arnth, in posizione banchettante, mentre alla sua destra è rappresentata una figura femminile seduta che l’iscrizione ci indica essere Velia, sua figlia. Accanto ad essa un’urna in marmo, a forma di tempietto, reca una iscrizione in latino, ripetuta in etrusco, relativa a Publius Volumnius Violens Cafatia natus. Per motivi a noi ignoti la tomba, dopo una generazione, è stata abbandonata e
riaperta oltre due secoli più tardi da un “nostalgico” discendente ormai romanizzato. Gli oggetti che facevano parte della tomba sono andati dispersi o sistemati in museo.L’Antiquarium, nell’atrio intorno all’ingresso della tomba, ospita numerose urne a cassa quadrata variamente decorate (e altre semplicissime), provenienti dalla circostante necropoli del Palazzone.Altra tomba gentilizia importante è quella di San Manno a Ferro di Cavallo (via Gregorovius) appartenente alla famiglia Precu, come si apprende dall’iscrizione che corre lungo una parete. La tomba, abbastanza superficiale e conosciuta da secoli, è completamente vuota ma presenta un’interessante architettura (non infrequente nella zona - cfr. Bettona e Chiusi) con volta a botte e due nicchie laterali (anche queste con volta a botte) e rivestitimento a blocchi di travertino non uguali per dimensioni ma disposi in filari
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| Perugia
etrusca - pag.2 |
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Si consiglia di iniziare la visita proprio dal Pozzo Etrusco e poi fare il giro delle Mura, che danno anche un’idea della conformazione della città e toccano interessanti punti panoramici. Si avverte che il giro completo delle mura è piuttosto lungo ed il percorso frammentato; a chi desiderasse seguirne soltanto una parte, si consiglia di percorrere almeno il primo tratto descritto (da Piazza Rossi Scotti a via C. Battisti) senza però mancare di visitare le Porte. Si raccomanda poi una visita all’Ipogeo dei Volumni (a Ponte S. Giovanni) e al Museo Archeologico Nazionale. Ingresso: Piazza Piccinino. Orario visite: Lun. - Ven. 9 - 13; 15 - 17, sabato e festivi 9 - 13. Il pozzo, risalente probabilmente al IV secolo a.C., è scavato nel conglomerato detto tassello mandorlato ed ha una profondità di m. 35,60, anche se non se ne conosce l’esatta dimensione a causa dei detriti che ancora ne ingombrano il fondo. Ha una sezione cilindrica di m. 5,60 rivestita, a partire dall’alto, per 17 filari, di blocchi di travertino di dimensioni non sempre regolari. Alcuni di questi blocchi presentano incisa una lettera (forse segni di cava o per la messa in opera). In più punti il rivestimento è ricoperto da incrostazioni calcaree formate dall’acqua che scende da qualche sorgente che alimenta il pozzo. Due enormi travi o capriate in travertino formate da cinque blocchi che si reggono a incastro, sono incassate nelle pareti del pozzo e sorreggono i grossi lastroni di copertura, ora rimaneggiati. Su questi si apre una canna di attingimento a sezione quadrata, di epoca più tarda, che presenta su un blocco una risega (scanalatura) dove passava la corda per attingere l’acqua. La canna è di circa 4 metri e arriva al piano stradale, in Piazza Piccinino dove da alcuni anni è stata ricollocata la vera medievale del pozzo. Ingresso: Ristorante Mondrian, Via Bonazzi, 45 (angolo Via Caporali) Recentemente restaurata e resa accessibile al pubblico, la cisterna è simile per struttura al pozzo Sorbello ma di dimensioni minori (profondità m. 8, altezza m. 2,98, diametro m. 2,64). La cisterna risale al III secolo a.C.. Capriate e travi in pietra sostengono la copertura. Sopra questa ci sono resti di pavimento in opus signinum (detto anche “coccio pesto”) di periodo più tardo (II - I sec. a.C.). Anche la canna è rivestita di opus signinum per impermeabilizzarla. Sia la cisterna che il pozzo si trovano vicino alle mura urbiche, rispettivamente ai piedi del Colle Lanone e del Colle del Sole e ciò non pare causale ma risultato di un progetto finalizzato a risolvere il problema del non facile approvigionamento idrico della città. Il pozzo sfrutta sorgenti d’acqua mentre la cisterna è un collettore (anche se vicino doveva esserci stata una sorgente). Entrambi erano, quindi, edifici pubblici. La cisterna fu poi privatizzata e infine cadde in disuso. Si tratta di un progetto urbanistico straordinario per qualità e stato di conservazione. Le mura sono rimaste sempre in vista dal tempo della loro costruzione; si estendono per un percorso di circa tre chilometri facilmente ricostruibile anche nelle parti mancanti. Sono costruite a secco (cioè senza l’uso di malte) in blocchi di travertino per lo più regolari e senza torrioni di rinforzo. La datazione è controversa: attribuita genericamente al III sec. a.C., è da alcuni abbassata al II sec. a.C. cioè in piena romanizzazione. Sembra invece molto più verosimile farne risalire la costruzione al IV sec. a.C. Si può iniziare il giro delle mura dalla piazza Rossi Scotti che è sorretta da arconi del 1374 addossati alle mura etrusche. Scendendo per via delle Prome, attraverso una interessante scalinata, si giunge in via Bartolo e si seguono le mura fino alla porta. È questo uno dei tratti meglio conservati - anche perché sigillato dalle case medievali costruite sopra - e più interessanti. Qui le mura lasciano e riprendono la direzione Nord-Est con un andamento a zig-zag, con curve brusche alternate a tratti dritti. L’ultimo tratto si raccorda con i torrioni della porta nota come Arco Etrusco o Arco di Augusto, e detta nei documenti medievali Porta Pulcra. I torrioni trapezoidali, rastremati verso l’alto, presentano i primi filari di blocchi, fino a circa metà dell’altezza, disposti a scaletta, mentre nella parte superiore sono lisci e lavorati in modo più accurato come i tratti di mura che immediatamente precedono e seguono la porta; ciò può far pensare ad una sopraelevazione successiva e ad un ampliamento delle mura in questo tratto contemporanei alla monumentalizzazione della porta che, come la opposta Porta Marzia, va datata tra III e II secolo a.C.. Tale differenza tra mura e porte potrebbe spiegare l’incertezza delle datazioni. La porta si apre obbliquamente rispetto alle mura, presenta una volta a botte ed è incorniciata da due file di conci disposti a raggiera su cui è iscritto Augusta Perusia. Sopra la modanatura, due filari orizzontali (su uno dei quali si legge l’iscrizione colonia vibia) sono sormontati da un fregio di colonne e scudi con significato chiaramente apotropaico (magico, contro le influenze maligne). Ai lati dell’arco, nei triangoli sporgono due pietre, ormai del tutto consumate, quasi certamente resti di due sculture rappresentanti due teste, come nella Porta Marzia. Il fregio costituisce la base di un altro arco (ora murato) circondato da un solo filare di conci radiali e da una modanatura aggettante. Quest’arco superiore è incorniciato da due lesene con capitelli ionici. Si prosegue per via Cesare Battisti ove il tratto di mura è lungo e ben conservato. Dopo una decina di metri circa dal torrione occidentale, le mura hanno uno scarto e presentano una smussatura come in via Bartolo, ma in maniera meno accentuata; anche qui la parte superiore sembra sopraelevata: i filari più in alto sono lisci e di colore più chiaro. Le mura poi piegano verso Ovest - Nord Ovest, formando un ampio arco. In questo punto, nel 1977, è stata riscoperta una postierla (piccola porta per il passaggio pedonale) celata da una porticina lungo le scalette di Via Appia (le cui chiavi sono in possesso della
CESAP).
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