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 Circondario di Perugia, Abbazia di Montelabate, pag.6         [<<<] [>>>]   [Torna a "Perugia"]  

 

Capitolo VI

Descrizione della Chiesa come oggi si presenta e le analogie architettoniche a raffronto con quella di S. Bevignate

La chiesa abbaziale, dedicata a S. Maria, è di chiare forme romanico-gotiche. Ha una facciata semplice con porta a ogiva e grande rosone, ai fianchi delle pareti esterne sono stati eretti poderosi contrafforti. Nell’interno la chiesa è lunga circa trenta metri e larga quindici.La chiesa abbaziale di Montelabate, povera di opere pittoriche, appare superiore per le sue architetture a quella templare di S. Bevignate. Ha delle assonanze con quest’ultima, non solo nei moduli architettonici e nelle proporzioni, ma anche per la natura del pietrame impiegato per il suo paramento e soprattutto per l’uso dei contrafforti esterni e delle finestre.Le due chiese, che in origine comportano datazioni diverse, con riferimento ai periodi che interessano la loro evoluzione strutturale, (trasformazioni edilizie, sopraelevazioni, coperture a volta, ecc.), possono considerarsi coeve. Per la chiesa di S. Bevignate ed il suo complesso templare gli interventi considerati dall’inizio della ricostruzione vanno dal 1256 al 1262, fino al XV secolo allorché fu modificato il precedente soffitto con grandi campate gotico romaniche a crociera.Per la chiesa Valpontense, l’esecuzione della stessa copertura con campate a crociera e sopraelevazione del livello della chiesa, sono state eseguite tra il 1267 ed il 1285, durante il governo di Trasmondo e successivamente negli anni 1315-18 durante quello di Uguccione I Monalducci.Come facilmente si può osservare le date sono quanto mai prossime, tanto da ipotizzare una successione di lavori continui e frenetici fra i due cantieri.Si potrebbe congetturare, date le analogie tipologiche strutturali ed i tempi di realizzazione quasi paralleli, che le trasformazioni nella chiesa abbaziale di S. Maria di Valdiponte, come in quella di S. Bevignate, non esclusa quella di S. Maria a Monteluce in Perugia (ma è meno probabile), siano state opera di una stessa mano restauratrice.La chiesa dedicata a S. Maria di Valdiponte è sopraelevata e si presenta ad una sola navata con volte a crociera, poggianti su costoloni prismatici sorretti da semi pilastri addossati alle pareti, che sostengono il tetto senza travi e divisa in tre campate, l’imposta delle volte è molto bassa in proporzione alla saetta degli archi diagonali.Questa particolarità, già nota in S. Bevignate, anche in Montelabate sembra creare un’ampiezza maggiore, in proporzione all’altezza.Anche qui, come in S. Bevignate, mancano gli archi che contornano le vele sulle pareti pregiudicando, più che la resistenza delle volte, l’inquadratura della crociera.L’abside è un semicerchio con tre finestre verso oriente, di forma poligonale a cinque lati, coperta da segmenti ogivali.Sembra che non avesse vestibolo essendo costume monastico non avere una chiesa pubblica se non fuori dal recinto del monastero.Aveva inoltre la sua clausura «nella confessione fatta sempre dallo stesso Abate nel 1272».La funzione statica ed i contrafforti esterniCome è stato già detto in precedenza, la chiesa sopraelevata è ad una sola navata con volte a crociera, poggianti su costoloni prismatici che vengono sorretti da semipilastri addossati alle pareti interne. Si esclude, ma non è dato certo, che in origine non vi fossero contrafforti esterni poiché sembra che questi vennero realizzati posteriormente dall’Abate Uguccione I Monalducci, tra il 1315 ed il 1318, insieme al grande portale ed al bel rosone nella parete di ponente. Pertanto le volte a crociera scaricavano i costoloni sui semipilastri addossati alle pareti interne i quali, pertanto, avevano una funzione statica, sopportando il carico delle coperture.Si dovrà considerare il fatto che i lavori della pilastratura esterna, a confronto del perimetro della chiesa, sembrano non un’opera semplicemente addossata alla precedente ma, a prima vista, come parte integrante di un rifacimento della chiesa, quasi che l’Abate Uguccione l’avesse ripresa dalle fondamenta. Pertanto l’interpretazione dell’Amatori data a quest’opera, come successiva, può essere accettata solo in considerazione del fatto che, al momento della costruzione dei pilastri, fosse stato eseguito anche il parametro murario esterno della cortina in pietra arenaria.Solo così si può giustificare l’opera come si presenta, senza sconnessure tra pilastri e pareti, tanto da rendere l’impressione che la costruzione dei contrafforti esterni, come detto, potesse esser coeva all’erezione dei muri.Di quest’opera insigne si pose memoria in due lapidi: l’una collocata nella parete sopra la porta e l’altra posta su uno dei pilastri esterni nella parte meridionale Al momento che l’abate Uguccione realizzò le opere suddette, uno di quei contrafforti esterni mutilò una parete del capitolo costringendo ad una visuale ridotta la figura di S. Benedetto con il libro della regola monastica. Non fu cosa ben fatta perché così facendo si rovinò il prezioso affresco che Meo da Siena si presume avesse eseguito nel 1285.

La chiesa inferiore adibita a cantina

Al momento della sopraelevazione di Trasmondo, il grande camerone a volte col pilastro centrale che ancora oggi, dopo tanti secoli, sebbene adibito a cantina, è rimasto in condizioni ammirabili, non poteva essere un’umile e diruta chiesa poiché sulle sue mura Trasmondo costruì il suo nuovo tempio che non avrebbe potuto poggiare sui muri di un edificio già caduto in vetustà.Trasmondo costruì le volte a crociera poggiandole sui muri del vecchio tempio e creando su questi le basi di appoggio ed il pavimento della chiesa superiore a una sola navata con volte a crociera, portata, come è stato detto, a maggiore elevazione ed al medesimo livello del dormitorio.Possiamo concludere che la bellissima e maestosa cantina, fosse quindi una chiesa sottostante ricostruita non solo per uso di divini uffici, ma per dare solido fondamento alla chiesa superiore, che egli medesimo volle innalzare, forse già facendo eccezione alla regola benedettina, con l’intendimento di renderla pubblica, riservando ai monaci la confessione soggetta a clausura della sottostante chiesa claustrale.

Considerazioni sulla facciata di levante

Durante la sopraelevazione, nel timpano della parete esposta ad est fu eseguito un primo rosone orbicolare a tutto tondo, ora murato, ma ancora visibile, che ci lascia perplessi, identificandosi questo come motivo tutto proprio dell’architettura Cistercense di cui si è già trattato nella prefazione al paragrafo «Il Monastero di Valdiponte e la disciplina di S. Bernardo». Altrettanto interesse suscita la base di un campanile primitivo inglobato nella mole di levante e tronco dei piani superiori della sopraelevazione voluta da Trasmondo.Se poi in questa base primitiva si debba ravvisare la parte inferiore di un campanile vero e proprio della chiesa, (inglobato com’è nella sopraelevazione della stessa) oppure nella parte restante di una delle quattro torri di cui era munito il Monastero, non è dato sapere.Sappiamo per certo che in un paragrafo dell’estratto dall’archivio Valpontense è riportata la descrizione del Monastero sulla sua forma primitiva perimetrale che di seguito riportiamo: «Ne’ quattro angoli del Monastero vi erano quattro torri alla bizzantina, delle quali ora non rimane che la sola ove collocate sono le campane».Un primitivo accesso riscontrabile ad Est, che dall’esterno conduce all’interno del chiostro, presso le adiacenze della sala capitolare, potrebbe indurci ad ipotizzare come tutta la facciata di levante (parete della chiesa con rosone orbicolare murato, campanile [o torre] troncato dalla sopraelevazione) non fosse stata all’epoca meno importante di quella di ponente, tenuto conto che in quest’ultima parete della chiesa anche al tempo della sopraelevazione di Trasmondo non potevano essere stati ancora inseriti né il rosone, né il bel portale, il che avvenne molto tempo dopo, tra il 1302 ed il 1338 ad opera dell’Abate Uguccione I Monalducci.Quindi si potrebbe congetturare che, essendo la parete della chiesa rivolta ad Ovest, all’epoca più povera di quella di levante, tutta l’attenzione doveva essere rivolta verso quest’ultimo punto cardinale, cioè verso il colle Corbiniano alla cui sommità scorreva la direttrice per Gubbio.Anche il castello di Montelabate, interposto tra l’Abbazia e il colle, sicuramente posto a guardia del ponte di collegamento tra la strada citata e le immediate vicinanze del Monastero, avvalorerebbe l’ipotesi di un complesso primitivo rivolto ad Est.Forse in un secondo momento, dopo che lo stesso Trasmondo ebbe già fatto gettare nel 1267 le fondamenta di un solido ed elevato campanile (che portò a compimento nel 1269 come torre di difesa) nel lato di ponente, è possibile parlare dell’attuale ingresso opposto al primitivo di cui sopra, costruito con bell’arco ad ogiva, lungo il muro di arenaria del monastero, secondo la classica tipologia e stile benedettino.Entrambi gli ingressi che conducono all’interno del chiostro, prima del 1338 costituivano l’unica possibilità per poter accedere dal deambulatorio del portico alla chiesa canonica.Questa nei primi suoi secoli non era pubblica ma destinata unicamente al raccoglimento dei monaci ed era denominata confessione.Il servizio divino per uso pubblico e la cura delle anime erano adempiuti dalle chiese succursali o vicarie del Monastero che erano numerose, per i familiari, coloni, abitanti nelle vicinanze della Abbazia. Le chiese parrocchiali o vicarie erano anticamente quelle di S. Angelo nel castello omonimo e più tardi l’altra di S. Maria in Vigna Grande (in Vinea Magna), egualmente prossima al Monastero.

Capitolo VII

Le opere di Meo da Siena nella Chiesa superiore e gli affreschi attribuibili a Fiorenzo di Lorenzo ed a Bartolomeo Caporali

Gli affreschi nella sala del capitolo e le altre opere tarde del 1600 e 1700(1)Secondo l’Abate Amatori un certo maestro Gualtiero ornò il coro di pitture in tavole fatte da Meo Senese e così anche il capitolo che trovasi esterno alla chiesa ed a un livello inferiore ed altri luoghi di riunioni monastiche.Sotto la direzione di maestro Gualtiero, su ordine dell’Abate Trasmondo, che purtroppo in quell’anno morì, il coro fu ornato, come detto, di pitture eseguite da Meo Senese, di cui parleremo più avanti dettagliatamente.Dagli scritti del Cellerario risulterebbe sempre che da Meo Senese, nella sala del capitolo, adibito alle monastiche adunanze fossero eseguiti: un crocifisso avente ai lati la Vergine e San Giovanni Evangelista. Nella stessa parete a sinistra un altro dipinto dello stesso presunto autore, rappresentante la Vergine con il Bambino in braccio, ai piedi di Lei genuflesso in atto di preghiera, lo stesso Abate Trasmondo, come era costume dell’epoca. Di seguito un altro dipinto rappresenta San Benedetto che ha in mano il libro delle regole monastiche. 

  Quest’ultima figura di Santo potrebbe essere stata dipinta e ridipinta, tanto da sembrare un San Francesco così come è raffigurato con il classico saio francescano al posto della cocolla ferruginea e la veste benedettina bianca.Le date sono state spesso confutate e l’autore dell’affresco messo in dubbio, ma il Ricci, rispondendo al Professor Giustino Cristofani riassume il contenuto dell’Amatori dagli estratti del Cellerario: “Meo di maestro Guido da Siena, nel 1285 insieme con alcuni suoi scolari erano a lavorare nel monastero di Santa Maria di Valdiponte e nel mese di maggio furono pagati di tutto il loro avere, cioè delle tavole fatte per l’Altare Maggiore (della chiesa), degli affreschi, ecc.”Su questo argomento ancora sussistono molto perplessità, tanto che alcuni studiosi scartano questa ipotesi, facendo risalire l’affresco ad epoca remota, attribuendolo ad un primitivo sconosciuto maestro di Montelabate, (il Prof. Pietro Scarpellini), forse contemporaneo di Cimabue. Cimabue, (Cénni di Pèpi 1240-1302), era presente ad Assisi verso il 1280 ad affrescare la chiesa superiore di S. Francesco. Quindi si può arguire che sull’arretratezza dei dipinti nella sala del Capitolo non ci sia troppo da disquisire, gli affreschi infatti potrebbero risalire alla datazione 1285 come riportato nel libro del Cellelario.Il Ricci, propendendo più per Meo, giustifica la differenza tra le tavole dell’altare e l’affresco del capitolo adducendo e recitando la seguente tesi: «la miniatura, fra gli altri generi di arte, fu la prima a rifiorire nel silenzio dei chiostri, dove era stata coltivata con amore, anche durante il periodo barbarico».Gli artisti del primo Rinascimento si addestravano nel miniare i codici, considerato questo come esercizio preparatorio a comporre le grandi tavole della pittura murale. Invece la tecnica dell’affresco, del tutto diversa dalla tempera, a quei tempi, non era ancora perfezionata, come avvenne invece un secolo più tardi; né i pittori avevano mano ferma per ottenere di primo getto sulla calce fresca tinte armoniose e brillanti.Per questa ragione gli affreschi di Meo da Siena, sempre secondo il Ricci, paiono cosa tanto inferiore in confronto alle tavole da lui stesso dipinte, entro il medesimo anno. La figura di Cristo che, come detto è quasi intera, sembrerebbe in tutto uguale a quella di legno sagomata della Montelabate.Inoltre si può congetturare anche un’altra tesi: che Meo da Siena, figlio di Guido (cioè di maestro Guido, che ancora dipingeva nel 1285), fosse nato molto prima del 1285 e che si fosse trasferito a Perugia parecchi anni prima, tanto che nel 1319, già vecchio, faceva il suo catasto avendo avuto la cittadinanza a Perugia. Pertanto l’opera potrebbe essere stata eseguita dall’Autore quando questi era ancor giovane e quindi attribuibile alla stessa mano, riconducibile alla data del 1285.Degli affreschi della sala del Capitolo, dei quali si fa menzione nel libro del Cellerario, rimangono soltanto su una parete tagliata in alto da una volta costruita dopo, ed in basso da una porta aperta dov’era prima una finestra.In origine questa sala aveva un’impalcatura di legnami posta su lunghi correnti, sostenuti in mezzo da un arco dello spessore di m. 0.96. L’intradosso del detto arco è ornato di un fogliame verde e rosso; e in quel tratto che rimane del soffitto, tra un travicello e l’altro, si allargano rami carichi di foglioline verdi.Gli affreschi furono intonacati e fatti ricomparire in data posteriore.Nella sala del Capitolo, in data posteriore agli affreschi, sono state poste delle tele, come quella che si trova a destra del Crocifisso, raffigurante la “Madonna della Misericordia”, tela del 1600 di autore ignoto, forse un certo Capitanuccio; un’altra tela del tardo 1600 di tipo manieristico, “Allegoria della Castità”; un’altra “Crocifissione”, olio su tavola del 1600, sono tuttora nella sala del Capitolo.Altre opere, sempre datate posteriormente agli affreschi, sono rinchiuse in posto sicuro, come il quadro che era situato nell’abside della Chiesa Abbaziale denominato “Madonna del Latte”: figura di una Madonna che irrora dal proprio seno con il latte l’orante, opera del ’700.Nell’atrio della sacrestia è stato posto in salvo prima del crollo una nostra Pinacoteca, attribuita già a Margheritone di Arezzo, poi al primitivo sconosciuto di “Deposizione” di scuola napoletana del ’700.Gli affreschi della chiesa superiore attribuibili a Fiorenzo di Lorenzo ed al Bartolomeo Caporali o loro scuoleNelle pareti della chiesa superiore già rustiche vi erano poche pitture cassate posteriormente, tra le quali quelle del Beato Pietro Abate.In seguito, sulle pareti laterali, furono eretti due nuovi altari, ora esistenti, in sostituzione di altri precedentemente tolti.Gli affreschi posti sopra gli altari raffigurano rispettivamente: quello di destra guardando l’uscita, la Vergine sedente col Bambino, ai lati S. Antonio Abate e S. Bernardino da Siena, ed ai piedi, genuflesso, il popolo in atto di preghiera; ivi anche S. Rocco e S. Sebastiano in atto di porgere le preghiere del popolo stesso alla Vergine. Intorno i Profeti e le Sibille aventi in mano vaticini sulla Beata Vergine. Nella fronte della mensa vi è dipinto un Nazareno dell’anno 1488.La pittura dell’altare a sinistra, che sembra un affresco di migliore pennello, rappresenta Gesù Crocifisso, la Vergine, S. Giovanni, S. Sebastiano, S. Bernardino da Siena. In un lato di questo altare si legge 1492.È quasi certo che la mano che dipinse l’affresco datato 1488, posto a destra uscendo, si possa attribuire a Bartolomeo Caporali od alla sua scuola (affresco, come descritto superiormente che raffigura una Madonna fra i Santi Antonio, Bernardino e Sebastiano), mentre quello a sinistra uscendo, datato 1492 si pensa possa essere attribuito a Fiorenzo di Lorenzo od alla sua scuola (che come si è già detto affrescò una Crocifissione e Santi).Verosimilmente il Prof. Pietro Scarpellini individua negli autori dei pregevoli affreschi gli allievi rispettivi alle due scuole, più che i maestri capiscuola. A dire dello Scarpellini tutto ancora è oggetto di studio, che ci auguriamo possa essere condotto al più presto per una nostra maggiore conoscenza ed informazione.

Capitolo VIII

Gli Abati regolari, cioè eletti dai monaci, si succedono sino al 1405, anno in cui si ha il primo Abate Commendatario. Nel XIII secolo, al tempo di Trasmondo, come già detto precedentemente, le discordie tra i monaci giungono a tal punto da mettersi le mani addosso arrivando all’uso di armi, mentre al tempo di Uguccione I si evita una vera sollevazione dei monaci, perché scoperta in tempo. Lo spirito di insubordinazione però cresce: i monaci si arrogano tutti i poteri che prima erano nella mani dell’Abate che diviene il mero esecutore delle deliberazioni del capitolo monastico.Contribuisconono a questo clima di disordine generale di quei tempi la Chiesa universale lacerata dagli scismi e dalle fazioni e la Chiesa perugina gravata dall’interdetto.Nel 1370 i monaci con l’abate lasciano il Monastero e si ritirano nel castello di Valcodale.Dopo la morte dell’Abate Giacomo, la Santa Sede istituisce gli Abati Commendatari nel tentativo di ripristinare l’ordine nella comunità religiosa e di tenere a freno le usurpazioni.Le cose invece vanno di male in peggio, dato che questi curano solo i propri interessi affidando l’amministrazione dei beni a persone di loro fiducia e mandando in rovina i beni, gli edifici e persino il culto stesso: tanto più che questi Abati Commendatari non sono nemmeno sempre ecclesiastici, ma talvolta semplici laici o uomini d’arme.Nei primi tempi le rendite rimangono in comune tra essi e i monaci il cui numero non può essere diminuito, ma con il subentrare dei cardinali ai Commendatari laici, si ha la separazione secolare che fornisce ai monaci il necessario per il vitto e il vestiario. Questo però viene via via sempre più diminuendo tanto che, al tempo del cardinale Pierdonato Cesi, i monaci sono costretti a cercare di che vivere fuori del convento, facendo i maestri o altre cose estranee al monastero.Al principio del XVII secolo essendo in Abbazia un solo monaco laico, cessa del tutto il servizio religioso.Nella metà del XVIII secolo il cardinale Commendatario Filippo Monti cerca di porre rimedio ai numerosi guai dell’Abbazia che è ormai ridotta a granaio insieme alla chiesa, le cui parrocchie sono dimenticate e le case rurali cadenti, tanto che si pensa di demolirla. Il cardinale Monti si oppone alla demolizione, rivendicando estensioni e privilegi, rimettendo ordine in ciò che rimane dei beni e restituendola ai monaci a cui la dà in affitto perpetuo. Vengono quindi ripristinati gli Abati regolari, ma nel 1810 gli ordini religiosi vengono aboliti e alla restaurazione del 1815 ormai i monasteri non possono più ritornare all’antica prosperità.Nel 1860 si aboliscono le Congregazioni Religiose dell’Umbria.