| L’Architettura delle Abbazie benedettine
cistercensi
La prima organica sistemazione di architetture organizzata intorno allo spazio aperto di un chiostro è forse da riferirsi alle comunità benedettine dell’Alto Medio Evo intorno ai secoli VII-VIII, in Italia a Montecassino, Pomposa, Farfa, Bobbio.Il chiostro nacque presumibilmente dallo spostamento sul fianco della chiesa del quadriportico paleocristiano che raccoglieva intorno a sé i corpi fondamentali (capitolo, refettorio, dormitori).La prima grande fioritura del sistema abbaziale, favorita per ragioni politiche da Carolingi e Ottoniani è documentata dalla cosiddetta pianta di S. Gallo (820 d.C.) ancor oggi conservato: oltre alla grande varietà dei corpi colpisce la regolarità geometrico modulare dell’insieme, simbolica di una suprema armonia mondana e celeste (città di Dio, Gerusalemme celeste).Lo schema benedettino si stabilizza intorno al chiostro con pozzo centrale e giardino posto a Nord o a Sud del corpo basilicale, si susseguono la sala capitolare con la sovrastante abitazione dell’Abate e il dormitorio, il refettorio e la cucina (talora in un corpo a sé), il noviziato e i vani funzionali e rappresentativi, portineria, economato, eventuale ospizio o foresteria.All’imponenza e al fasto dell’architettura Cluniacense reagì nel secondo, terzo decennio del secolo XII, Bernardo di Chiaravalle, dettando la “regola” su cui si fonda l’architettura cistercense: semplicità, organicità, moduli geometrici, rigore strutturale.Principali caratteri architettonici delle chiese cistercensiL’ordine cistercense nasce dunque, come numerosi movimenti medioevali anche di carattere ereticale, dalla necessità di un ritorno alla purezza della regola primitiva, e, soprattutto alla povertà e all’austerità, a quelle severe direttive che avevano guidato la vita delle primitive comunità del cristianesimo. Un’esigenza che permeò tutta la vita religiosa del Medioevo e sfociò con gli esacerbanti movimenti degli Spirituali e dei Flagellanti, quest’ultima pratica penitenziale in uso nella antica città di Perugia.Ma esiste una architettura cistercense?Come abbiamo visto non esistono nelle regole, e negli scritti dei monaci cistercensi, delle precise disposizioni in materia architettonica. Ci si occupa in genere solo della povertà e dell’austerità delle abbazie, regola questa osservata costantemente nelle costruzioni dell’Ordine.Abbiamo però osservato che, nonostante la mancanza di ordinamenti specifici per quanto riguarda i moduli costruttivi, le chiese e gli edifici conventuali mantengono delle disposizioni caratteristiche, ripetute con costanza nelle varie regioni in cui l’Ordine si diffuse.È senza dubbio esatto affermare che non si può parlare di stile cistercense come sinonimo di scuola, proprio perché i costruttori delle abbazie cistercensi non impiegano dei modi architettonici originali. Possiamo però notare che, a parte la caratteristica uniformità delle planimetrie, del resto messa in luce da quasi tutti gli studiosi, c’è nelle chiese dell’Ordine anche un certa uniformità nell’impiego delle forme costruttive: muri pesanti e massicci, bilanciati da contrafforti, finestre strette, cappelle e coro per lo più a terminazione piatta o poco profondi, le ogive della volta ricadenti su mensole a una certa altezza dal suolo, un senso di rigorosa logicità e razionalità nella disposizione architettonica.Alcuni di questi motivi, come la terminazione piatta della parte orientale della chiesa, sono determinati, all’origine, dalla necessità di semplificare i moduli costruttivi. Questo motivo, come abbiamo notato, viene talvolta sostituito dal coro a terminazione semicircolare (come nel caso di Montelabate) per il forte influsso delle locali correnti
romaniche.L’esuberante e stravagante ricchezza e immaginazione del periodo più vicino lasciarono il posto al freno, alla dignità, alla sobrietà. L’architettura diviene più pura e più casta. Nei grandi edifici cistercensi il vasto spiegarsi di muri a mattoni non alleggeriti da alcun ornamento, salvo una severa cornice, il formale, regolare ritmo delle arcate delle navate, la singola torre centrale, la linea uniforme della copertura, la presenza di sculture, di decorazioni e vetri policromi, tutto tendeva a produrre un effetto di grande sobrietà e compostezza.La freddezza e la severità di questi edifici cistercensi influenzò profondamente, benché non sempre in modo tangibile, l’arte del XII secolo in Italia.Possiamo leggere nella cronaca di S. Maria in Ferraris, riportata dal Bottari, che Federico II si servì di maestranze cistercensi per elevare i suoi castelli. È noto che l’imperatore ebbe rapporti con gli abbati di varie abbazie cistercensi, tra cui pare quello di Casamari. Anche se la questione è controversa, sembra effettivamente che all’erezione dei castelli Maniace di Siracusa, Ursino di Catania e di quello di Augusta, abbiano presieduto delle maestranze cistercensi: la rigorosa, logica distribuzione degli spazi, la sobria severità degli ornati, il modo di articolare gli spazi congiungendoli ad angolo retto, la presenza di sale suddivise in campate ricoperte di volte a crociera, sono tutti elementi che sembrano confermare stilisticamente la veridicità dei documenti.Anche la presenza di capitelli con foglie uncinate, che sono, come abbiamo notato, di importazione borgognona, possono dimostrare una mediazione dell’ordine cistercense.Le costruzioni dei monaci cistercensi hanno dunque delle caratteristiche precise e ben definite, di logica e razionale distribuzione, capaci di influenzare e improntare anche le costruzioni civili.In conclusione non possiamo parlare di una scuola architettonica cistercense, come abbiamo già rilevato, e quindi neanche di uno stile, nel senso stretto del termine, mancando nelle costruzioni dell’Ordine cistercense l’impiego di motivi costruttivi propri che comportino delle soluzioni strutturali nuove. I modi costruttivi impiegati ritornano però con costanza, come abbiamo notato, determinando una linea architettonica tipica e caratteristica, che ci permette di individuare una chiesa cistercense, non solo dalla sua pianta, ma anche da certe forme e motivi che ritroviamo costantemente impiegati.Certo notevoli differenze esistono fra le chiese del Nord Italia e quelle del centro e del Sud Italia, determinate dalla diversa cultura artistica con la quale vengono in contatto le costruzioni dell’Ordine. Del resto, anche quando si parla di un vero e proprio stile, questo subisce profonde modificazioni nelle varie regioni, a seconda delle tradizioni artistiche con cui viene in contatto, e soprattutto dalla maggiore o minore validità di queste ultime.«Se qualche variante apparve qual e là, dovuta a dei procedimenti ed a una tecnica abitale alla mano d’opera locale, esse non modificano in niente le grandi linee della pianta dell’Abbazia, della chiesa e degli edifici conventuali, né lo spirito che ha presieduto alla loro costruzione. È questa unità che ci permette di affermare che esiste non una scuola di architettura cistercense, perché i suoi principali caratteri sono quelli delle chiese da cui l’Ordine prese nascita, Borgogna e Champagne, ma uno spirito cistercense, delle tradizioni e una architettura cistercense» (Marcel Aubert).L’esempio più perfetto conservatoci è l’Abbazia di Fontenay, consacrata nel 1147.L’architettura dei monasteri benedettini cistercensi e le analogie con quella di MontelabateSe la planimetria dell’Abbazia di S. Gallo ha costituito il modello per la progettazione di un’Abbazia ed è rimasta vincolante per la tarda goticità (tardo ’400), altrettanto l’esempio più aderente a Valdiponte è quello conservatoci dall’Abbazia di Fontenay,
consacrata nel 1147.La chiesa di Fontenay dell’Abbazia cistercense della Francia centro orientale, nel dipartimento della Côte d’Or (Borgogna presso la cittadina di Montbard) fu iniziata nel 1139 e consacrata nel 1147. Essa presenta una semplice facciata (preceduta in origina da un portico) e un interno a tre navate divise in otto campate dove, conformemente al programma anticluniacense di Bernardo di Chiaravalle, manca ogni decorazione figurativa. Gli ambienti conventuali si dispongono intorno al chiostro secondo lo schema che ebbe vasta diffusione in tutti i monasteri cistercensi e del quale è facile riscontrare nella dislocazione dei nuclei essenziali la grande analogia con quello di Montelabate.Se confrontiamo la planimetria dell’Abbazia Cistercense di Fontenay con quella di S. Maria di Valdiponte, balza agli occhi la grande rassomiglianza della disposizione dei corpi di fabbrica costituenti i due monasteri; fatta esclusione della vecchia chiesa inferiore di Montelabate completamente trasformata e che doveva essere anch’essa divisa in tre navate. Per quanto concerne la dislocazione dei corpi lasceremo ancor una volta attraverso le copie dell’estratto dell’archivio Valpontense, all’Abate Amatori la narrativa della planimetria degli ambienti, la loro dislocazione in funzione della loro destinazione e funzionalità.Nonostante le trasformazioni errate e le deturpazioni realizzate in tempi più recenti, dal raffronto delle planimetrie dei due monasteri si evidenziano i criteri di progettazione affini. Per altro dobbiamo rilevare che anche l’abbazia di Cluny, costruita almeno 50 anni prima di Fontenay, ha lo stesso schema di pianta, anche se molto più complesso.Ciò dimostra che la pianta di S. Gallo rappresenta lo schema tipo di una qualsiasi abbazia medioevale, salvo casi eccezionali, come ad es. la conformazione del terreno, ecc..Va tenuto presente quanto Lorenzo Fiocca riporta nel Bollettino dell’Arte:“Le chiese abbaziali umbre e umbro-sabine sono il risultato del lavoro di più epoche: furono in origine costruite tra l’VIII e l’XI secolo, ricostruite ed ingrandite nell’XI o XII secolo, e in questa seconda fase costruttiva non si possono neanche considerare quali vere derivazioni dell’arte cistercense che è consona all’ascetismo di San Bernardo.Della prima fase costruttiva non conservano che alcuni caratteri dell’arte prelombarde (IX secolo), come ad esempio nelle cripte delle chiese di Montelabate, di S. Lorenzo in Vibiata in Montecastello Vibio presso Todi, dei Santi Fidenzio e Terenzio presso Massa Martana; ma dell’arte cluniacense hanno nulla di affine, perché esenti da quella ricca foggia di decorazioni di fauna mostruosa prediletta dai canonici regolari (X secolo), e rispondente al testuale disposto dalle consuetudini cluniacensi, bandite poscia da S. Bernardo.Le chiese abbaziali ad esempio dei santi Severo e Martirio fuori di Orvieto, di Montelabate presso Perugia, debbono ritenersi, in parte, quali derivazioni dell’arte cistercense in quanto all’insieme schematico dell’impianto, ma di fatto di partiti costruttivi e decorativi hanno un’impronta tutta locale; e, considerando che dette chiese abbaziali sono il risultato del lavoro di più epoche, così in ciascuna di esse è necessario rilevare innanzi tutto i vari caratteri delle fasi costruttive”.Collocazione (nel Monastero di Valdiponte) dei nuclei essenziali dei corpi di fabbrica affini all’Abbazia di Fontenay già evidenziati nel confronto planimetrico. Loro descrizione come si presentavano inseriti nel complesso abbaziale fin dal tempo dell’Abate Oratore e dell’Abate Diodato.Ogni finestra e porta avea doppio l’architrave, nell’interno ad arco ottuso, ed acuto all’esterno, che presentava un bel tutto. Senza parlare della forma vetustissima, della quale non puo’ aversene idea precisissima, rimanendo poco anteriore al secolo duodecimo nella sua originalità, la fabbrica del Monastero come si formò dall’Abate Oratore, ed in seguito fino all’Abate Diodato è la seguente:A due piani era formato il Cenobio. Nel piano superiore erano tre Dormitorj:
all’oriente, al mezzodì, ed all’occidente; al settentrione poi eravi, come al presente, la chiesa; prossima all’angolo poi del mezzodì ed occidente, vi era la cella dell’Abate, ove egli tenea un Armadio per riporvi le cose appartenenti al suo officio. Nell’angolo eravi altra cella, ed altra contigua, probabilmente per riporvi le vesti che servivano ad uso de’ Monaci, ovvero per la Biblioteca.Per ogni fronte vi erano sei finestre, doppi aloggi, l’una all’altra sopra posta, cingeva il Cortile, come al presente; quella che guarda il mezzodì e l’occidente, con colonnette, e quella che guarda il settentrione e levante, con soli finestroni, per guardarsi dal rigore del freddo nell’inverno, perché serviva di luogo per la lezione di Compieta, ed altri esercizi Monastici; ciascun Dormitorio avea la sua porta: all’occidente era al lato del Campanile; del Dormitorio al mezzo-giorno, al lato delle celle sopra nominate, e del Dormitorio all’oriente nel principio verso mezzogiorno.Nel secondo piano all’oriente, vi erano il Capitolo, forse il Refettorio ed altre officine, od il Carcere terribile, che ha la porta e piccola finestra che guardano le pareti dell’antica cripta. Non si trova vestigio ove fosse il luogo dell’esecuzione del tremendo Vade in pace; nella parte poi meridionale eravi altro luogo che serviva per dormitorio o per infermeria, e nell’angolo tre vani, come al di sopra, forse per la Cellereria ed altre officine.La loggia inferiore è da ogni lato a piccole colonne, il secondo piano non avea che piccolissime finestre non più larghe nel centro del muro di un palmo, e di tre o quattro alte.
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I
solaji non avevano travi, ma tutti a volta erano formati,
precipitate in gran parte posteriormente: i dormitorj superiori non
avevano volte, servendo loro di coperto lo stesso tetto. Ove poi sia
stata l’antica porta d’ingresso, non si è potuto rilevare; e
certo, che la presente non sia l’antica, facilmente potrà essere
stata quella di cui le vestigie si veggono nell’angolo che guarda
l’occidente. La stessa chiesa prima di Uguccione non avea porta
nella facciata, ma nel lato meridionale verso il Cortile. Avanti al
Monastero, all’occidente, vi erano altri edificj, probabilmente la
Foresteria, la Cella del Portiere ed altra, scorgendosi ancora
reliquie di antiche costruzioni.Ovunque poi si scavi intorno al
Monistero, in ogni luogo trovansi depositi i ossa de’ morti.Queste
non sono de’ Monaci, se non in piccola parte; ma di tutti i
Livellarj, Servi, ed altri al Monastero appartenenti, che avevano
l’obbligo di farsi seppellire nelle chiese di pertinenza del
Monastero stesso.
Storia dell’edificio
Descrizione del Monastero nella sua forma
primitiva
L’Abbazia nasce come luogo di preghiera e di difesa, nello stesso tempo religioso e feudale, non completamente slegata dall’Abbazia di Vallingegno di ordine monastico militare, da quella di S. Giustino, dai cavalieri Gerosolimitani, e da S. Bevignate a Perugia, dai templari, con la quale ha analogie strutturali.Nulla si sa della data in cui viene costruito l’edificio, ma nella Bolla Pontificia datata al 969, come è stato detto, si dà ordine all’Abate Pietro di riedificarla e ripristinarvi la vita monastica secondo la regola benedettina, il che indica che il monastero doveva già esistere da tempo se a quella data era già da
riedificare.
La cripta: presunta o presbiterio
primitivo?
La parte più antica e quella su cui si discute di più è la cosiddetta cripta.Questa è di tipo ad “oratorium”, cioè un ambiente diviso in tre navatelle da sostegni che portano le volte; nella fattispecie la cripta di Montelabate ha tre sostegni e le navate terminano in absidi. La navatella centrale e l’abside relativa risulta più larga ed alta delle altre e tripartita asimmetricamente da archi appoggiati su di un pilastro e su una colonnina diversa con capitelli diversi e bassi.Le volte sono a crociera, con spigoli semplici, senza costole: due diagonali nascono
dal mezzo di un sottarco centrale dell’abside e si impostano sull’abaco della colonna prospiciente. Le arcate poggiano direttamente sull’abaco.Fiorella Bertinelli sostiene che parte del materiale è di spoglio, «le colonne sono romane e altomedievali e i capitelli sono cubici, ornati di semplici sculture a bassissimo rilievo che presentano un motivo di foglie stilizzate e di caulicoli».Nel suo studio sulle cripte umbre, il Martelli, prendendo come riferimento la cripta del Duomo di Assisi, datata 1028 (ma anche su questa datazione ci sono parecchi dubbi), fa risalire la cripta di Montelabate all’XI secolo così come quelle di S. M. di Camporeggiano e S.M. di Petroia, che ad essa sono simili ed afferma che queste derivano direttamente da quella di S. Rufino.Per sostenere tale tesi egli si avvale delle datazioni delle Bolle Pontificie di Papa Giovanni del 1030, secondo la vecchia opinione; poiché però tale documento è ormai accertato che sia del 969, la sua tesi non è più sostenuta da dati storici. A ciò si deve aggiungere che anche per S.M. di Petroia esiste il documento di una donazione fatta nel 972 che attesta l’esistenza di un monastero già fiorente.Nel suo studio sulla cripta di Montelabate, la Bertinelli propone una datazione anteriore alla cripta di S. Rufino e, rilevando le analogie con quella di S.M. Maggiore ad Assisi, la concentrazione dei volumi, la suddivisione ottenuta con tre soli sostegni, che Martelli indica come un segno di appartenenza all’alto medioevo, la qualità della muratura e un “tentativo di decorazione cromatica dovuta ad una lieve policroma alternanza dei materiali nel sott’archi”, le consente di porla cronologicamente nel IX secolo.Anche lo Zampa dà una datazione all’VIII o IX secolo, prendendo però come riferimento la Chiesa di Polenta di cui egli stesso ne pubblicò una monografia. Però c’è da considerare che, secondo le congetture verbali esposte da P. Scarpellini, le date proposte da Martelli risulterebbero troppo avanzate. Si evidenzia pertanto un conflitto di opinioni tra le datazioni poste da P. Scarpellini con quelle più avanzate degli altri studiosi. Inoltre Renzo Pardi osserva come l’impiego del sottarco nelle volte a crociera delle cripte, secondo P. Verzone ed altri studiosi, indichi il secolo XI.La cripta non è sotterranea e si trova allo stesso livello del chiostro da cui vi si accede. Lo Zampa tenta una ricostruzione della forma originale di quella che adesso è la cripta e che potrebbe essere stata la chiesa del primitivo monastero.Notando che il piano del pavimento è stato ribassato di circa mezzo metro, sostiene che sia la parte rimanente di un edificio molto lungo e precisamente la parte presbiteriale di una chiesa più vetusta. Detta chiesa doveva avere forma basilicale a tre navate di lunghezza totale di 22 m. e larghezza di 14 m. Che fosse tale, è indicato (sempre secondo lo Zampa) dalla pulizia esteriore dei muri perimetrali in ricorsi di pietra arenaria e piccoli blocchi squadrati, tagliati e smartellati, con piccole finestre a strombo con arco a tutto sesto separate con lesene che vanno dallo zoccolo alla estremità superiore, oggi nascosta dal presbiterio della chiesa superiore costruita posteriormente.La chiesa superiore, il chiostro ed il monastero primitivo nella descrizione dell’AmatoriLa chiesa che ha gli archi a sesto acuto, non ha nulla che possa attirare la curiosità sino ad oggi, essendo senza ornati e pitture le quali sono contrarie alla buona meditazione ed alla disciplina della gravità
monastica. L’altare grande avrebbe bisogno di essere portato sotto alla Tribuna e ricostruito con disegno corrispondente all’architettura della chiesa o costruito più lungo la chiesa del primo pilastro alla Patriarcale, e di essere tolti i due presso alla porta, perché lungo la chiesa, e costruirne un altro al lato dell’altar grande.Il Coro dovrebbe collocarsi di rimpetto all’Altare, prolungando il Presbiterio fino al primo pilastro, come era in origine, mentre in quello si
discendeva nella sottoposta Cripta.La Sagrestia è presso la chiesa, ma fu divisa per formarne una più piccola ed
una cella. Ha la sua porta con due finestre ai lati, che corrisponde al chiostro superiore. Essendovi, stante il suolo scosceso, due Chiostri, l’uno sopra l’altro.Nel Chiostro inferiore, nella parte orientale evvi il Capitolo, convertito in Magazzeno. Ha la Porta a sesto acuto, e prossima una finestra bipartita.Nella parete orientale evvi la finestra ed alcune pitture vetustissime maltrattate più dagli abitanti del Monastero, che dagli anni.Presso il Capitolo vi era la Porta che conduceva alla Scala, ed era appunto di contro all’arco del cortile, la terza porta conduceva al Refettorio; tra la porta della Scala e quella del Refettorio vi era altra Scala che conduceva al piano terreno, assai più basso all’oriente e mezzogiorno.Nel braccio meridionale eranvi due altre porte, similmente a sesto acuto, che conducevano ai rispettivi vani, e tre al braccio occidentale, tutt’ora esistenti, e due nello stato primitivo, come nello stato primitivo esistono le due porte al settentrione nel Muro della chiesa; l’una che conduceva alla Cripta e l’altra alla Chiesa prima che elevasse il pavimento e poi ai sepolcri, e finalmente al magazzeno di vino.Sotto al Refettorio, e braccio meridionale vi erano, come al presente, vani al pianterreno, ai quali si discendeva per una porta posta fra la scala ed il Refettorio, e per un’altra che era di contro alla Porta antica del Monastero. Nel Chiostro superiore vi erano altrettante porte, che corrispondevano a quelle del Chiostro inferiore; cioè al settentrione, o chiesa, due: l’una chiusa, allorché fu eretto un altare e l’altra esiste ancora. All’oriente, una conduceva alla Sagrestia, la seconda alla scala, la terza ad uno de’ Dormitorj. Al mezzogiorno non rimane vestigia di porte, se non di una bipartita, ora serrata, in un oscuro camerino di bellissima forma che conduceva forse al più grande Dormitori. L’occidentale ha tre porte, oltre ad un’altra che conduce al Campanile. Sembra che si ascendesse non solo per la scala posta fra il Refettorio e Capitolo al piano superiore, ma ancora dal fondo del Campanile, trovandosi appunto una porta, che indica fatta per ascendere superiormente.Il recinto del chiostro all’interno è composto di archi ottusi, sostenuti all’esterno da tanti archetti a sesto acuto, che riposano sovra tante colonnette fra esse disuguali e rustiche. Il chiostro superiore ha simili colonnette, ma ne’ bracci orientale e settentrionale essendo il meridione ed occidente chiusi con muro, ha tre finestroncini all’occidente e uno al mezzo-giorno a sesto acuto.Tutte le volte in origine erano a sesto acuto; ma sotto i Commendatarj, ridotto il Monastero a forma secolaresca, riformate a sesto tondo, precipitano quasi tutte, o furono con muraglie sostenute nel mezzo, per cui ora non esistono ad arco acuto che le sole nel braccio settentrionale, che sembra non potersi più solide costruire.Il Chiostro, tanto inferiore che superiore, non era a volta, ma a travatura elegantemente disposta, e così erano i Dormitorj, de’ quali si veggono ancora tutte le vestigie.L’esteriore del Monastero era elengantissimo. Tre finestroncini ad arco acuto erano nella facciata all’oriente; al mezzo-giorno sei finestre bipartite, e due finestroni; all’occidente due finestroncini e quattro finestre ad arco acuto e bipartite.In tutti i lati sottoposte erano altrettante finestre a fenditora a sbiescio, e così ne’ vani del pianterreno nel braccio meridionale. Ne’ quattro angoli del Monastero vi erano quattro torri alla bizzantina, delle quale ora non rimane che la sola ove collocate sono le Campane.Questa è la descrizione del Monastero nella forma primitiva. Qual fosse stata la forma degli edificj fuori del Monastero, nel recinto dell’Abbazia, non può essere a notizia, non esistendo che poche tracce delle fondamenta, e perciò queste di altro accertare non ci possono che della sola esistenza.Un vetusto arco ci fa sapere che era la parte del recinto ove incominciava la
Clausura; pochi avanzi di muraglia [...] di dentro ad esso arco congiunte ci dicono che vi era la cella Portarj ed il nome che porta di S. Cristoforo, che dice, ivi all’esterno vi era la Cappella detta della Porta, a detto Santo dedicata.Le fondamenta che esistono all’occidente, fuori del Monastero, fanno conoscere che vi era l’ospizio, le stalle ed altri luoghi, che si soleano costruire entro il recinto dell’Abbazia.Del recinto altro non esiste che un avanzo di vecchia muraglia al settentrione e poche vestigie di fondamenta nella stessa parte. E’ certo però che il muro circondava il Monastero e gli edifici annessi non sol... ma orti ed una vignetta, perché in un Ms. del secolo decimo-terzo, di amministrazione si legge che il Cellerario comperò una serratura da porsi in una delle porte interne del recinto.Non è difficil cosa risapere ove stato fosse quel locale destinato per albergare le donne posto in qualche lontananza dalla porta del Monastero, secondo le istituzioni Monastiche. Esiste in una casa colonica, a poca distanza, una solida volta, anteriore alla Commenda, e perciò alle case coloniche, vicine all’Abbazia, quale non può essere al certo se non una parte dell’edificio destinato a ricevere le donne: ove forse vi abitavano quelle donne ancora che prestavano qualche servizio al monastero e particolarmente per mungere le pecore
“propter Carentiam Fratrum laicorum, seu Conversorum = essendo allora lecito = habere aliquas vetulas honestas et bone fame que tamen, sint neccoretere mulieres (exceptis magnis Dominabus) loca Regularia non
ingrediantur".
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