| Lavoravano nei molini del Monastero, ed il Cellerario comperava attrezzi di ogni genere, tanto campestri che di arti meccaniche. D. Mellino, della nobile famiglia perugina Mellini, esercitava l’arte di falegname. Egli segnava il suo stemma gentilizio nelle tavole che ponea in opera, ed era una rosa una sbarra orizzontale con un serpe e tre sbarre perpendicolari.In quest’esercizio, che tanti vantaggi arrecò alla Società, si occupavano le mani industri dei Monaci riducendo a colture le tante incolte terre che ora formano le più pingui mense ed estesi possessi, e che ricevevano in dono pro rimedio animae; senza obbligo di alcuna celebrazione di Messe; ma a differenza della pratica de’ secoli posteriori o de’ Religiosi mendicanti, i quali ricevevano stipendi per la celebrazione di messe, ad altro non si obbligavano che di cantare il Responsorio de’ Morti, detto Ossequium.All’Austerità dei cibi era unito il digiuno a seconda della Santa Regola. In tutto l’Inverno una sola volta il giorno prendevano cibo, e all’ora Nona, cioè circa la metà della sera, fra il mezzo dì ed il tramonto del Sole, e nella Quaresima una sol volta, similmente, dopo il Vespro.Nell’estate soltanto cenavano dopo il Vespro, ed ad mezzo dì, ossia all’ora di Sesta avevano la Refezione.Divietato era il mangiare o bere privatamente, ma l’uno o l’altro doveva farsi in mensa comune. Durò questo lodevole costume fino agli ultimi tempi, trovandosi esempi di facoltà accordate agl’infermi monaci di potersi cibare nelle celle, essendo privi dell’Infermeria occupata dai ministri secolari degli Abati Commandatary.L’Austerità dei fedeli in certi tempi che la Chiesa ha dedicati alla penitenza, la veggiamo camminare di pari passo con quella dei Monaci. Ai tempi di S. Bernardo, ed anche a noi più vicini i fedeli cibavansi in quaresima, all’ora di Vespro, perché tale era la pratica de’ Monaci in forza delle loro Regole; ma dopo che i Monaci hanno cangiata l’ora in altra più comoda e senza aver riguardo alla Istituzione del digiuno, di cibarsi a vespro in Quaresima, ed a Nona, cioè a mezza sera in tutto l’inverno, indistintamente scelsero l’ora di Sesta, cioè il mezzo dì, furono mutati dal popolo; e così, tolta l’ora, e sostituite le carni ai cibi quaresimali, ed aggiunto il crostino teologico col liquido non frangunt, e la tollerata colaziuncola serotina con i piscicoli, et qt: non si sa in che consista il digiuno quaresimale.Il Registro del Cellerario sopra nominato, ed alcune pitture state barbaramente trattate, non ancora del tutto cassate, ci somministrano bastanti notizie per risapere
quale fossero le vestimenta e varie mobiglie ad uso de’ Monaci.La Cocolla, prima vesta monastica, era di colore ferrugineo, convertita in nero ne’ tempi più vicini, e talora senza pieghe o contrazioni artefatte, aveva grandi maniche, circa un cubito, ed un Cappuccio attaccato alla stessa Cocolla, capace solo di coprire il Capo. V’impiegavano undici braccia di tessuto, formato di grosso filo di Lana.Bianca era la tonaca quasi talare, più corta della Cocolla, e di un tessuto misto di lana e lino. Le maniche erano amovibili, forse per poterle più facilmente cangiare. Cingevano la tonaca con fascia di cuojo. Alla quale si appendeva un coltello, come portava il costume, secondo il prescritto delle Regole.I Calzari, non a maglia, ma dello stesso tessuto della Tonaca formavansi, e la soletta dal gambale era divisa per poterla all’occorrenza più comodamente cangiare.Fu lo scapolare, un tempo, ferrugineo, e nero poi, per quale cinque braccia e mezza impiegavano di tessuto, compreso il Cappuccio che nello scapolare era amovibile; forse perché in arbitrio si lasciava il portarlo, secondo le occorrenze, ed il bisogno. Non usavano camicie di lino, ma le stamigne, e di lino erano i femorali. Dallo stesso registro del Camerario apparisce che due qualità di scarpe erano in uso: l’una per l’interno del Monastero, detta Planullae, e l’altra per l’esterno con bollette di ferro, per difendere forse le suole dalle pietre, delle quale abbondano le vicinanze del Monastero.Nell’inverno portavano una pelliccia, e l’Abate, oltre alla comune, aveva puranco un pelliccione detto Mastruga, un mantello, ed il Cappello, che non trovasi fosse usato dai Monaci.Altre veste non si rinviene, che in uso fosse presso i Monaci Valpontensi, altrimenti registrata si troverebbe nei Libri de Camerario, che annotava le cose più minute, senza eccezione di persona, leggendovisi per fino le fasce sanitarie, delle quali avea bisogno l’Abate Trasmondo.Nella Chiesa, avanti la Confessione ardeva continuamente una Lampada, ed usavano le Dalmatiche Diaconali, non comuni presso i Monaci, essendo ai Cisterciensi espressamente interdette. Sebbene i Sagri arredi servano per il culto divino, ciononostante, salva la nettezza, che in essi risplendere la povertà e semplicità monastica, primo retaggio della professate Regole. I Cisterciensi, perciò esclusero certe vesti che non erano di vera necessità di Rito, e per le Casule non ammisero che il solo tessuto di lana.Altra lampada ardeva nella notte nel Dormitorio, che diviso non era in Celle concesse al solo Abate, ove avea gli armadj per conservare le scritture ed altre cose di maggior riguardo.Ciascun monaco poi aveva la zappa, la scure, la vanga, che conservava vicino al rispettivo letticiuolo.Nel 1286 ed 87 furono rinnovati i legnami del dormitorio e refettorio, che erano di Pioppo.Gli utensili del Refettorio erano le Parossidi, Lebeti e Bracchette, cioè Piatti e Boccaletti.Questa disciplina che sotto l’Abate Diodato perseverava ancora, che egli come meglio poté ad senso letterale della Regola richiamò, e che a preferenza di quella di altri Monasteri, alla classe de’ neri appartenenti, potea dirsi uguale alla Cistercienze, la quale in questi tempi vigea in Cistercio, ed in altri di questo imitatori, non discordava neppure nelle costumanze, avendone Diodato adottati anche i siti, mosso forse dall’esempio del vicino Cenobio Cisterciense di S. Salvatore di Monteacuto, ora posseduto come Infermeria o Grangia dagli Eremiti Camaldolesi del celebre Eremo di Montecorona.Il Monastero di Valdiponte possedeva molti fondi, mulini, castelli e canoni che verranno elencati nelle pagine seguenti.Alla proprietà si univa il dominio e per questi si riscuotevano tasse e dazi. Molte famiglie si sottomettevano spontaneamente al Monastero per non soggiacere a persone laiche, o l’Abate comperava il loro servizio in vita e in morte, compresi i discendenti e con l’obbligo di essere sepolti nelle Chiese monastiche.L’uso di seppellire i laici dipendenti nelle chiese monastiche non era solo della comunità valpontense, ma solo di questa era la consuetudine di fare pagare una tassa mortuaria per ogni caso di morte, anche quando non si facesse la sepoltura
nella chiesa del Monastero.La servitù a cui si assoggettavano spontaneamente uomini liberi era detta “capitantiam”, e gli uomini soggetti si dicevano sudditi “per nominantiam”.L’enfiteusi, il livello, il feudo senza potere signorile, erano le forme più consuete di concessione dei beni monastici, che si cedevano generalmente solo in linea mascolina (maschile) e fino alla terza generazione, ma che, a partire dall’Abate Alberto, che governò dal 1149 al 1156, cominciarono a darsi anche alle donne a condizione che fossero sposate con uomini soggetti al Monastero.I possedimenti soffrivano di moltissime usurpazioni da parte degli enfiteuti poiché i confini dei terreni erano segnati solo da chiodi infissi sugli alberi e quindi facili a spostarsi.Gli organi di governo, di solito elettivi, previsti in parte dalla regola di San Benedetto, erano (accanto all’Abate): il priore o preposto, il cellerario o economo, ed un consiglio o capitolo o congregazione di monaci.Particolarmente importante è la funzione svolta dai benedettini nel campo della musica del medioevo sino ai giorni nostri, di cui la tradizione Gregoriana, codificata da Gregorio Magno, trovò nei monasteri i maggiori centri di conservazione e diffusione.
Vicende storiche e conflittualità
S. Bernardo e le esenzioni
San Bernardo riprova le essenzione, e con ciò dà tanto agli avversarj de’ privilegi de’ Monaci, che credono senz’altri argomenti di chiudere la bocca ai difensori. Ma sia detto in pace di costoro, San Bernardo non ha mai censurato l’essenzione del regime dello stato monacale; ma semplicemente l’essenzione territoriale, perché in que’ tempi l’Abbazia esente importava che non solo i Monaci, ma ancora tutti i Servi glebe e i feudatarj, i Livellarj ed altri sotto qualunque titolo sudditi ed addetti al monastero, fossero esenti dal Vescovo, come lo sono al presente quelli che pernottano entro i Chiostri e sono continui commensali. S. Bernardo ed i suoi Cisterciensi non vollero l’essenzione di tal natura, e vollero che i loro Monasteri fossero nella Diocesi di qualche Vescovo ricusatane perciò l’essenzione di territorio, nel mentre che sostennero quella dello stato monastico, che si vorrebbe esclusa dagli avversarj. Il Nomasticon Cisterciense, che contiene le prime leggi cisterciensi, ha più decreti, co’ quali si interdice di fare intromettere i Vescovi negli affari regolari, e si comanda che gli Abati nella Benedizione promettano al Vescovo l’ubbidienza, Salvo ordine nostro. Subordinazione adunque, che risponde all’essenzione de’ giorni nostri.Diodato e le angherie del vescovo BolgaroNon fu Diodato esente al pari de’ suoi predecessori dalle molestie del vescovo
perugino, tentando questi d’impadronirsi di tutte le chiese poste nel Territorio civile di Perugia,
La controversia fu dalla Santa Sede in favore dell’Abbazia decisa, ed affinché il Prelato Perugino non avesse affacciate ulteriori pretenzioni, volle che nelle intitolazioni si usasse l’espressione: Ad Ecclesiam Romanam nullo medio pertinens.Non piacque al Vescovo, che Bolgaro chiamavasi, la decisione, ed attendea perciò occasione e circostanza di produrre nuove molestie.(1)Non andarono vuoti i suoi desiderj, perché mancato il Parroco nella Parrocchia di S. Patrignano in Leporiano, l’Abate, avendovi mandato un Monaco per nome Don Pace, non ancora al sagro Ordine Presbiteriale promosso, ed essendo trascorso l’anno senza ordinarsi, contro il prescritto del Concilio di Lione, sotto Gregorio IX celebrato, il Vescovo intimò al Parroco o di ordinarsi entro lo spazio di giorni nove, o di lasciare la cura delle anime.Diodato ricorse immediatamente al Papa ed uscì da quel supremo Tribunale a’ dì 22 agosto dell’anno 1295 questa sentenza che il Vescovo di Perugia non aveva giurisdizione né sopra l’appellante Don Pace, né sopra la Chiesa di S. Patrignano.Arse di sdegno e di furore Bolgaro, e non si sa se per opera di Lui o de’ suoi Chierici era in pericolo di vita del Monaco Parroco; per cui l’Abate Diodato fu costretto di accordargli licenza di seco portare armi a propria difesa.
Usurpazioni e congiure
Le dolorose controversie che in questi tempi infelici erano fra la Tiara e la Spada, particolarmente di Filippo il Bello, Re di Francia, aveano arrecati gravi mali ancora a’ Monasteri, perché le massime che vanno a perturbare, ed anche disciogliere le più pacifiche e tranquille Società si veddero entrare anche le Porte dei Chiostri, sebbene recettacoli di umiltà, di abbiezione e disprezzo del disputato jus delle Genti.Uguccione sostenne a tutto potere la regolare disciplina; ma siccome il silenzio più non si tenea fermo, non poté arrestare le massime d’insubordinazione e lo spirito di libertà che dilatavasi negli animi dei Monaci, i quali finalmente giunsero a tanto di formare fra essi la più maliziosa conventicola, e di pervenire al prefisso scopo col pretesto di recarsi alla Chiesa de’ Frati Minori degli Angeli per lucrare l’Indulgenza della Porziuncola. E chi li crederebbe? Ottennero di fatti dall’Abate alcuni di essi di andare a questa perdonanza presso Assisi; ma partiti dal Monastero affidati alla direzione del Priore, che era Segreto Capo della rivolta, si recarono invece a Perugia in casa di Giacomo e Nino, figli di Servanzio, a Porta Eburnea, in numero di sette, ai quali si unirono i due Priori titolari di S. Paterniano in Leporiano, e di San Giovanni di
Catrano. Fu in questa casa disteso il foglio di Giuramento di Segretezza e fedeltà preceduto, e fu lasciato in mano dei Cooperatori figli di Servanzio, affinché sottoscritto si fosse in seguito dai collegati e da quelli che aggregati in appresso si fossero; ma non vi andò se non il Priore di S. Maria di Rance, e Don Lorenzo, Monaco del Monastero; per cui le trame di costoro andarono a vuoto, e posero in guardia il Vecchio Uguccione che scoperte le avea per mezzo del Nipote suo, Priore di S. Gregorio in Viridario di Perugia. Si astenne, perciò, di visitare personalmente i Sagri Limini, delegandoli prudentemente ad altra persona le veci.
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Era già Uguccione dagli anni logoro e più capace non era d’intrapprendere viaggi, per cui in vista della sua nonagenaria età fu dispensato dal Generale Capitolo dei Neri, che in Rieti si celebrò chiamatovi dagli Abati Niccolò di Subiaco e Bartolomeo di S. Paolo di Roma; ed invece vi mandò come commissarj il suo nipote D. Uguccione e Don Paolo: quello Priore di S. Gregorio di Perugia, e questo Monaco del Monastero. Finalmente a dì otto di agosto 1338 cessò di vivere dopo trenta e cinque anni di laborioso e glorioso regime, succedendogli D. Uguccione sopranominato.Morì egli nell’anno 1348 e gli fu successore D. Paolo della famiglia Bondi di Perugia, che fin dal tempo del Seniore Uguccione deplorava i tristi effetti dello spirito di libertà, il quale in pochi anni a tanto giunse che al Giuniore Uguccione non rimaneva se non di dare la santa Benedizione, avendo egli sottoscritti certi articoli co’ quali ogni atto di giurisdizione Abbaziale era soggetto al voto deliberativo del Capitolo Conventuale, per cui dell’ubbidienza, prima base e fondamento della vita Monastica, non rimaneva che il nome, perché in tal modo l’Abate non era se non l’esecutore della volontà di coloro che con voto solenne l’avevano rinunziata.Paolo assunse il Governo con questa Costituzione, ma conoscendo quanto poco far poteva di bene con una giurisdizione snervata ed indebolita, ad una famiglia che necessariamente era in continua convulsione ed instabilità si affaticò di togliere questo gravissimo male, e vi riuscì nel 1354. Fu tardo il rimedio essendosi già radicato nei Monaci lo spirito di libertà, sebbene fossero a Paolo apparentemente subordinati, perché le mormorazioni, le lacerazioni di ogni genere ed i sussurri contro l’abate erano le continue occupazioni sostituite alle meditazioni ed utili letture.Trovò anche Paolo l’Economia domestica sconcertata, ed esausto l’Erario, per cui dovette alienare alcuni feudi per salvare il resto. Una tal prudente risoluzione diè occasione ad alcuni perturbatori Monaci di dirigere un reclamo alla Santa Sede contro Paolo, rappresentato qual dissipatore delle sostanze del suo Monastero. Al reclamo fu dato quel peso che meritava ed egli continuò nelle sue provvide cure.Era stata Commendata l’Abbazia prossima, detta di S. Giustino d’Arno, fin dal 1349, a di 7 giugno da Clemente VI, al Card. Rinaldo Orsini di S. Adriano, perché dal Municipio di Perugia si amministrava, essendo il diritto su di essa in questione fra i Monaci del Cenobio ed i Cavalieri Gerosolomitani, ed il Vescovo aveva usurpata la giurisdizione sulle chiese unite, ponendovi rettori liberamente.Ebbe Paolo incarico dal Commendatario di rivendicare ogni diritto all’Abbazia di S. Giustino, spettante colla qualifica di Vicario Generale, non solo di questa, ma di Valfabbrica nel territorio di Assisi e S. Stefano di Arcellis ancora in quello di Gubbio, allo stesso Card. Commendate. Intimò a tutti i Rettori delle chiese di recarsi a Lui per rendere ragione del Titolo del loro possesso ne’ Beneficj, e con quali autorizzazioni officiavano le Chiese per porre in ordine tanto le cose spirituali che temporali; ed essendovi riuscito con piena soddisfazione del Commendatario, questi diè a Paolo per anni nove in affitto le tre abazie colla limitatissima risposta annua di cento fiorini d’oro.Vivea Paolo in tempi infelicissimi per la Chiesa e per la società, perché agitate dagli scismi e dalle fazioni. Nel 1370 fu costretto di abbandonare il Monastero con i suoi Monaci e di ritirarsi nel Castello di Valcodale, posto non molto lungi, unitamente all’Abate di Pietra Fitta e di S. Angelo di Tebaldo, avendo il Pontefice Urbano V comandato a tutti i Chierici di partirsi dal territorio perugino per l’interdetto, col quale aveva sottoposto i Perugini, essendo Legato il Card. Egidio Albornozio. Mori finalmente Paolo in mezzo all’incertezza del vero Pontefice nell’anno 1389.In ogni parte era il Monachesimo minacciato di destruzione, da Chierici che
cercavano d’impadronirsi delle rendite adescati dalla sorte di alcuni che già erano possesso dagli ordini cavallereschi in premi del valore nelle armi, e dagli stessi Monaci coll’indisciplina che in questi tempi di confusione era al colmo cresciuta. Si minacciava ancora questa Abbazia di S. Maria di Valdiponte stata per tanti secoli fiorente..Dal secolo XVI al XVIII, le chiese dell’Abbazia si riducono al numero di ottoSi è visto dall’estratto dell’archivio valpontense come i possedimenti dell’abbazia siano stati sempre oggetto di cupide brame, in particolare da parte dei Vescovi delle città vicine.A cominciare dal 1295 circa, sono talmente tante le usurpazioni, che interi possedimenti sono passati ad altrui proprietà: nel 1546 un monaco, D. Francesco, ne rivendica molti ma i ministri corrotti si vendicano e tolgono l’archivio ai monaci sottraendo due volumi di atti notarili che contengono in gran parte contratti ed enfiteusi.I Commendatari si rivolgono allora al Papa perché scomunichi gli usurpatori, cosa che viene fatta nel 1625 e 1691.Le chiese parrocchiali dipendenti dal Monastero arrivano in un certo periodo al numero di trenta; esse sono rette ciascuna da un Rettore, monaco, eletto dall’Abate, senza alcuna dipendenza dai Vescovi, dipendendo la stessa Abbazia solo dalla Santa Sede e perciò chiamata “quasi diocesi”.Alla Santa Sede appartiene il diritto di approvare l’elezione degli Abati, che viene fatta dal capitolo dei monaci, e non solo da quelli che risiedono nell’Abbazia ma talvolta anche da quelli che reggono le parrocchie vicarie.I maneggi dei vescovi di Perugia e di Gubbio per sottrarre a Valdiponte le parrocchie dei rispettivi territori, le interferenze di altre congregazioni ecclesiastiche, l’incuria e l’arrendevolezza degli Abati Commendatari succeduti agli Abati monaci, fanno via via perdere al monastero anche le sue chiese, cosicché nel XVI secolo queste non sono che 16 ed alla fine del XVIII secolo non più di 8, come è stato precedentemente menzionato.Il Monastero di S. Paolo di Valdiponte, presso Civitella Bonizzone, dipendenza della nostra Abbazia, passa alla congregazione dei Celestini e diviene indipendente; la parrocchia di S. Pietro in Vigneto, attribuita la prima volta ai canonici di Gubbio nel 1463, viene definitivamente in loro possesso nel XVII secolo.
Analisi architettonica del monumento
La chiesa abbaziale di Montelabate appartiene ad un gruppo di edifici religiosi che la letteratura artistica ha ormai ben individuato e delimitato.Trattasi di costruzioni scaturenti dal grande cantiere architettonico localizzato presso il santuario di San Francesco in Assisi, anche se esse non sono appartenenti all’Ordine Francescano, come appunto quella di cui stiamo trattando. Ma è evidente che i lavori ivi compiuti, specialmente quelli effettuati sotto la direzione dei monaci prevenienti dalle Università francesi, come i Generali dell’Ordine Aimone di Faversham e Giovanni Buralli, riscossero ampio consenso presso le altre comunità religiose, come i Benedettini, i Camaldolesi, gli Agostiniani, e così via elencando.Riguardo a ciò possono essere qui richiamate le chiese perugine di San Bevignate, di Santa Maria di Monteluce, di Santa Agata, e soprattutto di San Francesco al Prato. Qui, in modo speciale, risulta quella decisa svolta verso la semplificazione delle forme assisiati, fino all’adozione di schemi di aule sempre più austere, riducentisi - al termine del processo - all’estrema semplicità delle cosiddette “chiese-fienile”. Infatti i contrafforti rotondi di Assisi si mutano in rettangoli; le corsie di guardia vengono abolite e sostituite da semplici cornicioni; le volte sono ridotte ad archi-diaframmi di evidente prestito cistercense; il tetto è lasciato in vista; le absidi di frequente sono di pianta quadrangolare, anziché tonda, modo anche questo di cistercense memoria; le luci sono di preferenza concentrate in facciata, con qualche sussidio absidale.Peraltro le chiese suelencate, cui possono aggiungersi quella di San Francesco di Corciano e - per certi particolari - quella perugina di San Domenico (specie per le torri angolari della facciata; ma robusti contrafforti reca anche l’edificio ottagonale di Sant’Ercolano) non sono ancora pervenute a tali limiti di semplificazione ed anzi presentano elementi architettonici piuttosto vicini al modello assisiate. Modello che, come è noto, sembra provenire dal duomo di Angers, St. Maurice, pur se altre possibili origini dalle varie scuole del gotico francese vennero indicate da Edgar Hertlein, peraltro non accettate da Krönig, dall’Héliot e da altri studiosi di fama internazionale. San Francesco al Prato invece, piuttosto che al modello angioino è maggiormente vicino alla scuola borgognona, specie per le volte sospese su alti gruppi di colonnini; segno, questo, della presenza in Umbria di maestri esperti nell’uso delle forme d’Oltralpe, le quali trovarono ospitalità ed anche adattamenti nelle nostre fabbriche, conformemente al gusto artistico italiano.Per quel che riguarda più da presso l’edificio di Montelabate, in aggiunta al puntuale studio del monumento eseguito con passione e competenza da Lamberto Becchetti, ci sembra importante che tale struttura riproponga l’organizzazione su due piani delle varie fase del culto, ripetendo in tal modo lo schema di Assisi, dove la parte inferiore è destinata alla ritualità funeraria propria della tomba del Santo, mentre quella superiore deve proclamare nelle pietre la gloria dell’Eroe del Cristianesimo. Ora è vero che a Montelabate lo spazio sotterraneo in un primo momento si riduceva alla semplice cripta di cui resta ancora intatta la testimonianza, però è anche vero che in tempi posteriori a quello dell’impianto originale si sentì lo stimolo ad accostarsi al modello del grande tempio francescano, a sua volta non indenne da probabili suggestioni bizantine o dell’Oriente cristiano (chiesa costantinopolitana del monastero del Myrelain, mausoleo a due piani di Marusinac, mausoleo bulgaro di Boiana, ecc.) mediante il prolungamento lungo tutta l’estensione della superficie del luogo di culto, della suddetta cripta in una vera e propria chiesa.Esempi ulteriori di siffatte sovrapposizioni spaziali esistono anche presso altre fabbriche monastiche umbre: il primo che ci viene in mente è quello rappresentato da San Salvatore di Montecorona di Umbertide, la cui fondazione risale agli inizi del secolo
XI. Il monastero annesso alla chiesa di Montelabate rivela nella disposizione dei vani la canonica pianta adottata e trasmessa dalle comunità cenobitiche dell’Alto Medioevo: essa risulta definita già in epoca carolingia, come figura nella celebre pianta del monastero svizzero di San Gallo e come è stata ricostruita a seguito delle indagini effettuate da J.K. Conant a Cluny; in Perugia è ancora riconoscibile in ciò che resta della precettoria templare di San Bevignate; recentissimamente abbiamo avuto modo di osservarla nel grafico della pianta del monastero di Santa Illuminata presso Todi (secolo XII).Uno studio approfondito complessivo, sotto il profilo distributivo-architettonico, dei monasteri umbri non ci risulta essere stato ancora eseguito; ma non dovrebbe essere soverchiamente difficile verificare la persistenza di simile canonicità d’impianto. E poiché questa caratteristica abbiamo rilevato anche presso altri edifici dalle funzioni ben differenti tra di loro (ad esempio i castelli, oppure i palazzi pubblici, le grange, e così via enumerando), salvo gli indispensabili adattamenti alle asperità del terreno ed alla dislocazione nel territorio in cui sorgono, riteniamo che in quei tempi lontani esistesse un “manuale dell’architetto”, testimoniato del resto anche dagli appunti di Villard de Honnecourt, offrenti gli schemi di pianta più funzionali e consueti per soddisfare le esigenze dell’epoca; la stessa persistenza si rileva anche presso le strutture ospedaliere ed assistenziali e, in epoca ben anteriore a quella medioevale, in edifici romani innalzati specialmente nelle città castrensi lungo il “limes” Reno-Danubio.Ma non vogliamo proseguire oltre, se non per porre in risalto che il lavoro del nostro Autore rappresenta un prezioso contributo alla conoscenza della architettura medioevale umbra.Ci auguriamo che quanto prima i lavori di restauro dell’insigne monumento siano condotti a termine e che esso sia reso alla piena godibilità di quanti, visitatori e studiosi, si recano ad ammirare un insieme artistico, tuttora pressoché intatto, del nostro Medioevo.
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