| C’è un legame che unisce i cistercensi ai Templari, agli
Ospitalieri, e se ci si spinge ai confini nord-orientali dell’Europa, ai Cavalieri Teutonici e ai
Portaspada. Bernardo venne in Italia e, nel suo viaggio verso
Montecassino, si fermò spesso a fondare città - che presero il nome italianizzato della sua, Chiaravalle - e a riformare abbazie. Non sappiamo se abbia avuto rapporti con Montelabate. Ma ben a ragione Becchetti inserisce questo monastero della Valle Umbra in un contesto che abbraccia i contadi di Perugia e di Gubbio, e comprende Vallingegno e San Bevignate - appartenenti all’Ordine del Tempio - nonché San Giustino d’Arno, dei Cavalieri
Gerosolimitani. Di certo Santa Maria di Valdiponte ci appare (si vedano certe visuali prospettiche ad illustrazione del testo) come una di quelle chiese-fortezza messe a presidio della fede e del territorio, per svolgere un compito insieme di preghiera e di difesa, nell’ambito di una società feudale e castellana che disseminava lungo le strade, i passi, i corsi d’acqua, segni e simboli del suo sentire religioso e civile.La pianta di Montelabate ricalca, sia pure in una dimensione ridotta, quelle di
Cluny e di Fontenay (il confronto planimetrico con quest’ultima è esplicitato da Becchetti): dunque tanto lo schema cluniacense che quello cistercense. è un’ulteriore riprova dell’antichità del luogo sacro, nonché della sua lenta e costante evoluzione storica. Della quale abbiamo alcune tracce tramite il manoscritto Belforti-Mariotti e la documentazione d’archivio. Sappiamo così che monastero ed annessi furono concessi da papa Benedetto
IX, nel 1034, al vescovo di Perugia Andrea, che ne destinò le rendite alla mensa dei canonici; ma nel 1049 Leone IX revocò la concessione. Nel 1361 fu redatto il catasto dei beni dell’abbazia: e ne risulta che da questa dipendevano molte chiese delle vicinanze. Poi, agli inizi del Quattrocento, l’abbazia fu trasformata in commenda secolare dai grandi papi nepotisti dell’Umanesimo e del Rinascimento, e i cistercensi ne furono estromessi a vantaggio di qualche favorito del pontefice regnante.
La chiesa fu parrocchia, ed ebbe fonte battesimale (vi si portavano i bambini di Ramazzano, del Piccione e dintorni) fino al 1578, quando il titolo fu trasferito alla prossima chiesa di Santa Maria de Vinea Magna (di Vigna Grande). Sotto il Libro delle Decime di Montelabate sono annotati i nomi dei parrocchiani e i pagamenti da essi effettuati, in staie o coppe di grano, in barili o boccali di mosto#.(20)“Erano stati molti anni i Monaci Cisterciensi fuori di questo Monastero ma dal 1750 in qua, ottenuta dal Commendatario la detta Badia in affitto perpetuo, sono ritornati ad abitarla, pagandone annualmente al Commendatario la somma convenuta”#.(21) E sempre nel corso del XVIII secolo, con le medesime modalità, tornavano i cistercensi ad occupare la Badia Celestina. Non più soldati e crociati, ma uomini di preghiera e di meditazione, mentre l’Europa laica si dischiudeva al vento rivoluzionario dell’età dei lumi.Un lavoro che ripercorra le complesse tappe della vita abbaziale, in vista non solo del recupero del manufatto, ma della sua fruizione nel mondo presente - così incline all’effimero e così alieno dal raccoglimento e dalla spiritualità - non può che essere il benvenuto. Molte altre cose ci sarebbero da dire, ma occorrerebbero altre competenze ed altre capacità. Vorrei però, in conclusione, accennare al ciclo degli affreschi, e al simbolismo che esso racchiude. Ogni figura è qui lo specchio dei tempi, delle angosce e delle speranze di una umanità dolente: la Vergine col Bambino, madre pietosa e soccorritrice; Sant’Antonio Abate, padre del deserto e guerriero disarmato e vittorioso nel certame con il Diavolo; San Bernardino da Siena, che a Perugia predicò contro l’usura e impose il rogo delle vanità; San Rocco e San Sebastiano, protettori del terribile flagello della peste. E il San Giovanni del solstizio d’estate, e i Profeti e le Sibille che raccordano l’ermetismo cristiano con la sapienza ebraica e con la classicità greco-romana. Ed anche i misteriosi graffiti federiciani, che rimandano ad ancora non decifrati rapporti fra i cistercensi e l’imperatore che fu, ad un tempo, eretico e
crociato. Benvenuto, dunque, sia questo lavoro. E ringraziato il suo autore, che ci ha offerto l’occasione di soffermarci almeno un attimo, a riflettere, sul ciglio della nostra strada.
Capitolo I
L’Abbazia al tempo del suo maggior sviluppo
Laddove le testimonianze non solo architettoniche ma anche scritte, si fanno più ricche e ci permettono di osservare in dettaglio l’evolversi degli avvenimenti, sia sul piano politico, religioso, sociale, e la storia si intreccia di aspetti curiosi spesso sconcertanti, così, anche a Montelabate, ricca di tracce del passato doveva essere la raccolta dei “monumenti”. Il monastero di S. M. di Valdiponte, detto volgarmente di Montelabate, infatti ha un ciclo storico che risale al secolo X e si protrae oltre l’arco dell’XI, XII, XIII fino al secolo XIX.È in questi primi secoli che si delineano le imprese di maggior rilievo come quella che, dal Monastero di Cluny in Borgogna, diffonde la corrente riformatrice e che darà inizio alla lotta per le investiture, l’iniziativa di Urbano II il cui appello alle Crociate nel Concilio di Clermont rese possibile la conquista del Sacro Sepolcro di Gerusalemme; la fondazione degli ordini monastico-militari come quello degli Ospitalieri (1114) e dell’ordine del Tempio (1118-1119).In questi secoli vengono alla luce i tre Soli: San Francesco di Assisi, il più grande fra i Santi, Federico II di Svevia, il primo europeista, ed il sommo, eterno poeta, Dante Alighieri. Si formano i primi movimenti ereticali con la conseguente inquisizione affidata ad alcuni ordini mendicanti.Nella nostra città di Perugia veniva eletto, il 5 giugno 1305, Clemente V, fondatore dello Studium Perusinorum (1308), noto anche come persecutore dei templari. Sempre in quell’epoca a Perugia aveva avuto luogo il capitolo dei frati francescani nel quale il generale “Michele da “Cesena” accogliendo le istanze degli Spiritualisti, aveva proclamato queste come verità di fede nel 1322, (verità condannate poi nel 1323 da Giovanni XXII con la decretale «cum inter nonnullos»). Queste vicende storiche, oltre a quelle già esposte sull’ordine Benedettino e la Riforma Cistercense, sembra improbabile non abbiano influito su quelle dell’Abbazia ed in particolare sulle elezioni degli abati Valpontensi.È dato per certo che l’Abbazia di S.M. di Valdiponte in Corbiniano, (che all’epoca vantava possedimenti estesissimi, molti più della Diocesi di Perugia, tra chiese, castelli e fondi rustici), anche per fronteggiare le continue usurpazioni, si fosse munita di quelle guarentigie dell’epoca quali le esenzioni apostoliche, gli speciali privilegi e la libera elezione dei successori, la distinzione nel celebrare i Sacri Misteri con l’uso delle vesti Pontificali, l’esenzione dalla giurisdizione diocesana, la soggezione immediata al solo Romano Pontefice.Vi erano anche altri benefici tra cui, almeno in un primo momento, i più importanti erano gli imperiali diplomi con i quali i monasteri si difendevano contro le oppressioni delle città limitrofe e dei Vescovi prepotenti.Tali documenti, ora andati dispersi, la cui esistenza è da ritenersi per certa, avrebbero potuto chiarire maggiormente gli intrecci tra le vicende del monastero e quelle politico-religiose che, nei secoli controversi sopra menzionati, influenzavano il governo e la disciplina monastica.
Capitolo II
Dissidi tra le varie fazioni
Permangono misteriose le motivazioni che opponevano tra loro le fazioni e i monaci, tanto da turbare il lungo e pacifico governo di Trasmondo, eletto Abate dalla famiglia Valpontense. Questi ne morì di rammarico e di cordoglio nel mese di luglio dell’anno 1285 dopo 18 anni di Abbazia.Le discordie furono serie come può rilevarsi da un manoscritto del Cellerario, nel quale tra le spese di amministrazione si trovarono registrate le parcelle del medico, con la seguente scrittura: «Qui venit curare me et alios vulneratos» e la registrazione delle spese per aver dato denaro a quelli che, per l’assoluzione dalle censure, si recarono a Roma.Un altro episodio turbolento che fece seguito ai precedenti già citati, fu quello che riguardò Uguccione II, nipote di Uguccione Monalducci, perugino che, recatosi in Avignone ove il Pontefice dimorava, fu benedetto Abate di Valdiponte nel 1339. Ivi lo stesso pontefice gli commise l’assoluzione dalla scomunica per il monaco D. Angelo Pascuccio di San Verecondo de Spiscis in Valleingenia (Valleingegno). Questi aveva ucciso un altro monaco, prete dello stesso cenobio.Se questi episodi curiosi fossero un prodotto dei tempi per le ragioni su esposte, o, più semplicemente, derivassero da questioni interne al cenobio, non è dato conoscere con certezza, e lasceremo al lettore la giusta interpretazione. Sicuramente sono rilevabili le analogie anche strutturali tra gli edifici, i rapporti con altri ordini, le appartenenze, le spoliazioni, gli eventi legati a circostanze storiche che caratterizzarono la grande influenza di Montelabate sul territorio circostante.La stessa ubicazione del Monastero di S. Maria di Valdiponte, con il proprio castello di Montelabate collocato al centro di tre insediamenti monastico-militari lungo la Strada Regia, Perugia-Gubbio, (S. Bevignate a sud, S. Giustino Darno al centro, Valleingegno a nord-est verso Gubbio), certamente non lascia dubbi sul ruolo che il Monastero di S. Maria di Valdiponte esercitava nel territorio della propria giurisdizione. Invero, se in seno al monastero non si può ravvisare un insediamento monastico militare tale insediamento risulterebbe dalle emergenze storico-architettoniche lungo l’asse Perugia-Gubbio. È anche evidente il collegamento e l’analogia, sotto il profilo tipologico strutturale, che si presenta tra la chiesa di Montelabate e quella di Fra Bevignate e di Santa Maria in Monteluce a Perugia: si può congetturare pertanto che tutte e tre siano opera della medesima mano o della stessa scuola.Ad un attento osservatore non potrà sfuggire che l’Abbazia di Vallingegno, che all’epoca si presume appartenesse all’ordine monastico militare del Tempio, ha la postura non troppo distante dall’altra chiesa templare detta di “Frabevignate” in suburbio di Perugia, e si trova altresì vicina a quella di San Giustino dei Cavalieri Gerosolimitani. Questa ultima (secondo il Tommasi di sicura appartenenza templare) cessò di appartenere all’ordine con la scomparsa di frate Bonvicino o, comunque, con il suo allontanarsi dalla curia pontificia, per cui i templari di Perugia persero il loro più alto protettore.Dal 1283 al 1303 la Domus di San Giustino venne sottratta con la violenza all’ordine militare del tempio, per passare ai Gerosolimitani nell’aprile del 1316.A tale proposito, per amore di verità, sarebbe interessante approfondire la ricerca dei rapporti che all’epoca intercorrevano tra i templari di San Giustino ed il Monastero in questione.Purtroppo essendo caduta l’Abbazia di S.M. di Valdiponte, circa nella metà del secolo decimo quinto, al pari di altri monasteri d’Italia, miseramente, nelle mani «de’ Commendatari» e, nel secolo seguente, dai primi abati Commendatari, a quelli della nobile famiglia Cesi, non v’è dubbio che i monaci, costretti ad abbandonare il Monastero, durante il trasferimento nelle parrocchie, abbiano portato con loro parte dei documenti e che la nobile famiglia dei Commendatari, per arricchire la biblioteca domestica, ne abbia fatto incetta.
Pertanto demanderemo l’argomento (che suscita ancora la nostra curiosità) sui rapporti possibili tra i monaci valpontensi e gli ordini monastico-militari, a studiosi di maggiore spessore quale il Tommasi con riferimenti alla sua opera L’ordine dei Templari a Perugia, che tratta di una domus costruita presso l’ex monastero benedettino di S. Giustino d’Arno. Qui si legge che il 9 dicembre 1237 Gregorio IX dava mandato di costituire il templare frate Aimerico procuratore di S. Giustino; ed ancora, che alle due domus iniziali del monastero di S. Giustino e la chiesa di S. Gerolamo si aggiungeva la chiesa di S. Bevignate (costruita tra il 1256 ed il 1260).
La domus di S. Giustino, come già superiormente riportato, dal 1283 al 1303 venne sottratta con la violenza all’ordine militare del tempio per passare ai Gerosolimitani nell’aprile del 1316. Ma la storia, che s’intreccia di aspetti curiosi, ci consente di osservare come, nell’evolversi degli avvenimenti di cui sopra, tra il 1349 ed il 1389, fuoriesca dall’ingarbugliata vicenda l’abate valpontense Paolo. Questi ricevette dal commendatario l’incarico di rivendicare i diritti sull’Abbazia di S. Giustino.
Egli, come vicario generale, riuscì a redimere le questioni fra i monaci del monastero, i cavalieri Gerosolimitani ed il vescovo di Perugia, che aveva usurpato la giurisdizione sulle chiese unite dell’Abbazia di S. Maria di Valdiponte, su quella di S. Giustino e di S. Stefano in Arcellis a Valfabbrica. Quindi la chiesa di S. Giustino, ex monastero benedettino, ritorna sotto la tutela della vecchia matrice.
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Capitolo
III
Ricerche d’archivio
Secondo le memorie dell’Abate Don Alberico Amatori, nel 1850, il prezioso archivio del monastero, nonostante le usurpazioni, possedeva ancora oltre 2000 pergamene e libri di amministrazione, tra i quali quello del Cellerario, dove erano scritte tante preziose notizie del secolo decimo terzo.Se all’epoca mancarono quei Diplomi Imperiali e Pontificali che l’Amatori cercò freneticamente all’inizio del suo magistero, rimase pur una copiosa collezione di contratti domestici dai quali si poté avere cognizione dei costumi nei secoli e delle abitudini della vita dei monaci, di altre infinite curiosità ed in particolare della storia degli Abati Valpontensi.Esistevano in questo archivio libri di amministrazione del 1265 scritti a mano da monaci con sintassi latina ed autenticati dal notaio, dai quali si possono trarre in una «consecutio temporum» tutte le possibili trasformazioni ed abbellimenti posti in atto dai vari abati nel succedersi del loro governo.Nella ricerca che effettuò l’Amatori si trovarono vetuste membrane, le quali riferivano la fondazione del monastero più antica di quanto egli stesso credesse. Infatti nel X secolo furono fatte donazioni di beni al monastero per cui facilmente può dedursi che la fondazione primitiva dovesse risalire ad un secolo precedente.A questo monaco si deve in particolare la prima ricerca costruttiva delle scritture frammentarie del regesto manoscritto. Questa ricerca poi ha permesso la stesura delle successive trattazioni e pubblicazioni sul Monastero e la chiesa Abbaziale di S. M. Di Valdiponte in Corbiniano.Secondo le memorie tramandate da E. Ricci, l’Abate Amatori nacque il 17 luglio 1811, a sedici anni prese l’abito dei monaci benedettini cistercensi e, a venti anni, i voti monastici.Terminati gli Studi Sacri a Roma, fu addetto alla Biblioteca Sessoriana di Santa Croce in Gerusalemme, ove si distinse nell’interpretazione dei codici più difficili, come le Bolle Pontificie, i Diplomi e i Privilegi Imperiali, tanto da guadagnarsi la stima dei primi paleografi, dei quali Roma abbondava.Nominato bibliotecario della Sessoriana nel 1846, ricevette la Benedizione Abbaziale a soli 35 anni; ciò dimostra in quale stima fosse tenuto dai superiori dell’Ordine.Quattro anni dopo fu mandato per Abate a S. Maria di Valdiponte, con lo specioso pretesto di richiamare all’osservanza della Regola Benedettina quel Monastero. Sembra però che la causa fosse ben altra che quella di riformare i monaci.Questa era l’idea vera o apparente, dei Padri Congregati, per mantenere l’Osservanza regolare, e ripristinare ciò che era nel desiderio dei supremi Superiori.In seguito le cose non andarono così, tanto che egli ebbe modo di esprimersi nel modo seguente:«Dovetti persuadermi che quanto era stato fatto precedentemente, anche con solenne decreto, non fu se non un’arte men retta, che qualche volta esce ancora dalle cocolle monastiche».L’Abate Amatori rimase a governare il Monastero per 10 anni fino al dicembre 1859, nel qual anno, forse per la sua salute malcurante e la triste condizione dei tempi, fu mandato parroco a S. Lorenzo in Doliolo di San Severino Marche, dove rimase fino alla morte, che lo colse dopo tre anni e mezzo di letto, il 15 novembre 1875, consunto da tisi polmonare.Dei molti manoscritti lasciati dall’Amatori, e che si conservano nel Monastero Cistercense di San Severino, non è pubblicato per le stampe se non un breve opuscolo intitolato:
"Le Abbazie e Monasteri Piceni".
Capitolo IV
Studi, confutazioni degli antichi documenti del Monastero di S. Maria di Valdiponte a
Montelabate
Fondatori dell’Abbazia di S. Maria di Valdiponte in Corbiniano furono i monaci benedettini.Il Monastero di S. Maria di Valdiponte in Corbiniano, oggi chiamato Abbazia di Montelabate, si trova nel territorio perugino in direzione di Gubbio.Il nome di Montelabate, a indicare l’Abbazia, si incontra per la prima volta in un documento del 1749, mentre sino ad allora era il nome di un castello nelle vicinanze appartenente alla stessa.Per quanto riguarda il periodo di fondazione del Monastero non si hanno documenti che lo riportino.I più antichi documenti ritrovati sono: una Bolla Pontificia in cui viene nominato un Papa Giovanni senza l’indicazione del numero cardinale e con l’assegnazione cronologica della indizione XIII; e un atto notarile con cui un certo Giovanni Gregorio (o di Gregorio) cede al Monastero il terreno compreso tra il Tevere e l’Arno.Il primo a studiare le antiche pergamene appartenenti all’archivio del Monastero, che - peraltro - è stato largamente spogliato soprattutto nei secoli XVI e XVIII, fu - come si è visto - D. Alberico Amatori, abate nel 1859.Egli traduce e riordina copiosi monumenti antichi consistenti in più di duemila pergamene e carte ancora esistenti e compila il manoscritto regesto col titolo «Notizie per la storia del Monastero di S. M. Valdiponte, tratte dal suo archivio», al momento conservato nella Biblioteca del Monastero cistercense della Madonna dei Lumi di S. Severino Marche.Recentemente è stata poi ritrovata una seconda redazione di quest’opera che doveva essere quella destinata alla pubblicazione e stampa, che si trova nell’Archivio della Congregazione di S. Filippo Neri a Perugia e dalla quale sono state trascritte buona parte delle nostre notizie.Sempre nello stesso archivio rimangono uno Zibaldone di appunti, fatti leggendo le pergamene e l’abbozzo del regesto.In una esatta ricostruzione completa dei documenti che costituiscono l’archivio dell’Abbazia di S.M. di Valdiponte recitiamo quanto riportato nelle note esplicative dell’Introduzione del Regesta Chartarum Italiae a cura di Vittorio De Donato:A. Manoscritto cartaceo sec. XIX, mm 310x220. Numerazione recente a matita, numerazione coeva a penna per fasc. 12. Scrittura di unica mano (autografo). Legatura in cartone marmorizzato mancante del piatto posteriore, probabilmente di epoca più recente e appartenente ad altro ms. Titolo: Storia dell’Abbazia di S. Maria di Valdiponte. Il ms. è di proprietà della Biblioteca del Monastero Cistercense della Madonna dei Lumi di S. Severino Marche. Manca la segnatura in quanto è collocato in un apposito palchetto della piccola biblioteca
conventuale.
Capitolo V
Trascrizioni originali tratte dall’Archivio di S. M. di
Valdiponte
Dall’archivio valpontense per maggiore attendibilità dei fatti riportiamo nella forma originale alcune pagine nei relativi capitoli. Il contenuto del testo va letto ed interpretato nei limiti consentiti dal lessico e dalla grammatica dell’epoca in cui visse il suo cronista. Tramite la lettura dei capitoli, dove tali notizie sono riportate, come si è detto, nella forma integrale, senza manipolazioni di sorta, si è voluto conseguire l’intento di rendere gli argomenti il più aderenti possibile alla realtà e quindi più interessanti.I capitoli di seguito riportati nella sequenza indicata, esulano da quelli compresi nella numerazione generale del Sommario, pur facendone parte, perché in questi si è voluto riportare scritti originali nella forma primitiva, che verranno evidenziati in corsivo, presi dal manoscritto intitolato Notizie per la storia del Monastero di S. Maria in Valdiponte tratte dal suo archivio, compilato da D. Alberico AmatoriRitratto del monacoVita e costumiVicende storiche e conflittualità (San Bernardo e le esenzioni - Diodato e le angherie del vescovo Bolgaro - Le usurpazioni e congiure)L’Architettura delle Abbazie Benedettine (L’architettura dei monasteri benedettini e le analogie con quella di Montelabate)Storia dell’edificio (La struttura primitiva, la cripta, il chiostro, la chiesa)La chiesa abbaziale (La funzione statica e i contrafforti esterni, considerazioni sulla facciata di levante).Ritratto del MonacoMonaco Benedettino non è quello che veste Cocolla; ma quello che vive secondo la Regola cioè un Uomo occupato unicamente in Dio e nelle cose del Cielo. Passa egli sempre da Santi in Santi esercizi, i quali lo mantengono nella pratica delle virtù più sublimi; impiega la maggior parte della notte in cantare lodi al suo Creatore, in ascoltare le sue parole nel meditarne le grandezze; e le ore istesse della refezione non gli passano oziose perché, mentre pasce frugalmente il corpo, pasce lo spirito colla Lezione della Santa Bibbia, dorme poco, male agiato ed austeramente, giacché dorme vestito e calzato, e coricato sopra una stoglia (sic), o sopra un semplice pagliariccio. Lunghe e meritorie sono le sue Lezioni, non leggendo se non libri ricevuti dalle mani del suo Abate. Osserva un continuo silenzio e lavora molte ore al giorno per procacciarsi il vitto. Vive in una assoluta e generale dipendenza, professando una ubbidienza che giunge fino alle cose impossibili. Vive talmente alieno dalle cose mondane, che gli è illecito qualunque siasi piacere o passatempo. Non può uscire di Monastero se non per cause urgentissime e non senza una ceremonia pubblica a ciò istituita. Ritornato non gli è lecito recar notizia alcuna che per caso avesse appresa. Non può mangiare fuori del Chiostro ogni qualvolta possa nel medesimo giorno ritornare a casa; se falla, quantunque leggermente è ripreso e severamente gastigato in pubblico. È obbligato agli esercizi più abbietti di cucina e del Refettorio. In tutta la giornata non ha un momento solo in cui impiegato non sia ed a cui possa dire di esser in sua libertà.È questo un piccolo ritratto di un Monaco Benedettino. Quando venga trasformato diverrà mostruoso, atto a produrre piuttosto che Santa ammirazione l’indignazione invece di chi attende da lui esempi di Santità e di vita irreprensibile. La causa massima e principale non può ripetersi se non da due trasgressioni delle Regole Monastiche. Il tumulto degli affari del secolo non frastornava punto i Monaci, che per amore alla povertà abbandonate aveano ogni cosa, e possedendo pochissimi beni di fortuna in comune, non ne possedeano da vantaggio, imperciocchè vivendo essi in una totale spropriazione, coltivavano la terra per
guadammiarsi il vitto colle proprie mani, senza litigi, senza inquietudini, la frugalità, la fatica ed il digiuno erano i feudi più doviziosi da loro posseduti; essi ad altro non pensavano che ad imitare Gesù Cristo povero e Crocifisso nell’esempio della povertà evangelica. Lasciate queste massime ed abbandonate le strade additate e battute da Santi, fu fatto uno sfacello. Svanì lo spirito regolare e si oscurò lo splendore e l’onore della vita monastica. L’aumento de’ fondi e l’accrescimento delle ricchezze fecero disprezzare il lavoro delle mani, avendo il Monastero bastanti introiti in canoni, in Livelli ed altre corrisposte. Furono quindi chiamati i Monaci a parte dei contratti che quotidianamente si stipulavano, e così immersi in affari temporali, necessariamente ne vennero tutte quelle trasgressioni regolari, che mai si potranno a bastanza deplorare. Scrive il Camerario ne’ suoi registri di aver pagato il medico “qui venit curare me et alios vulneratos”, e di aver pagato il viaggio a quelli che andarono a prendere l’assoluzione. Tanto basta per saper in qual grado fossero le discordie.Il novello Pontefice Onorio, non inferiore ai suoi Predecessori nell’aver a cuore quest’Abbazia, mandò quattro commissarj perchè riordinassero la disciplina monastica e vi tenessero il regime fino all’elezione del nuovo Abate.
Vita e costumi
Era in uso presso i Monaci Valpontensi l’esercizio ancora manuale, essendo una delle principali osservanze regolari. Essi vendemmiavano e pigiavano le Uve; mietevano il Grano e fabbricavano le Case, per le quali opere non si servivano che di soli Direttori estranei. Lo stesso Campanile fu da essi edificato dal 1265 al 1269 e il dormitorio, sotto la direzione di Maestro Gualtiero.Eglino stessi fecero il loro sotto la direzione di altro Maestro perugino.
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