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 Circondario di Perugia, Abbazia di Montelabate, pag.2         [<<<] [>>>]   [Torna a "Perugia"]  

 

Nella metà del XIV secolo cominciò la decadenza insieme alle pestilenze tra cui quella del 1648, la peste nera, le guerre, come quella dei 100 anni, che prostrò la Francia, e insieme le espoliazioni, particolarmente facili perché le abbazie sorgevano in luoghi solitari. Ultimo colpo alla regola fu l’istituzione delle commende: per esse gli Abbati venivano creati col beneplacito dei re e dei Papi, che tolsero ai monaci l’antico e importantissimo ufficio di eleggere i loro prelati.Le abbazie caddero così nelle mani di chierici secolari laici e di soldati che vivevano lontano dai conventi, dissipando intere fortune.Un altro elemento importante, per la rovina dell’ordine, fu la riforma protestante soprattutto in Germania, Inghilterra e Paesi Bassi.L’Assemblea Costituente francese secolarizzò le Abbazie della Francia e nel 1810 un decreto imperiale prussiano sradicò quelle della Germania. Nell’ottobre del 1835 vennero soppressi i monasteri delle abbazie spagnole.L’ordine risorse per opera di Sant’Agostino di Lestrange che formò la cosiddetta congregazione dei Trappisti, eredi ideali dei cistercensi.Alcune comunità di cistercensi rimangono ancora oggi in Italia, di queste, una delle più importanti ha sede a Casamari. L’Abbazia benedettina di Santa Maria di Valdiponte, sorta prima del 996, non può essere attribuita come cistercense essendo di gran lunga più antica della prima Abbazia cistercense sorta in Italia, a Tiglieto nel 1120. L’abbazia di Valdiponte, nei secoli seguenti, non sembra però essere rimasta indenne dall’influenza della nuova regola cistercense, in modo tale da assumerne la disciplina fin dal 1286, con l’Abate Diodato. Fra il 1749 e il 1788, in occasione del ritorno degli Abati regolari, Livio Maria Fabretti viene eletto abate regolare cistercense perpetuo, instaurando così l’ordine cistercense vero e proprio in sostituzione di quello antecedente benedettino.Riportiamo alcuni passi tratti dall’archivio Valpontense a conferma di quanto su esposto:«Questa disciplina, che sotto l’Abate Diodato perseverava ancora, che egli come meglio poté al senso letterale della regola richiamò, e che a presenza degli altri monasteri alla classe dei neri, appartenenti, potea dirsi eguale alla Cistercense la quale in questi tempi vigea in Cistercio, ed in altri di questo imitatori, non discordava neppure nelle costumanze avendone Diodato adottati anche i siti, mosso forse dall’esempio del vicino Cenobio cistercense di San Salvatore di Monte Acuto ora posseduto come infermeria o grangia dagli eremiti camaldolesi del celebre eremo di Monte Corona» Ed ancora: «... i Cistercensi perciò esclusero certi veti che non erano di vera necessità di rito e per le casule non ammisero che il solo tessuto di lana» Si è visto come i monaci Benedettini valpontensi fossero così osservanti dell’austera disciplina primitiva del loro ordine che, trovandosi questo soggetto a decadimento, abbiano adottato volutamente la disciplina riformatrice cistercense, che poi in definitiva non diceva molto di nuovo se non ricordare la vecchia regola della purezza primitiva dell’ordine originario benedettino.Si può asserire dunque con sicurezza che i Monaci di S. Maria di Valdiponte erano Benedettini della primitiva osservanza molto simili ai Cistercensi tanto da adottarne la disciplina riformatrice. Per fugare ulteriori dubbi sulla loro identità è facile dimostrare che non erano cistercensi perché, come è stato detto, i Cistercensi presero origine da S. Roberto che fondò il convento di Citeaux nella Borgogna l’anno 1098, molto dopo la fondazione del Monastero di S. Maria di Valdiponte.Non si può neanche dire, però, che non fossero Cluniacensi di origine, o per lo meno riformati da quelli, anche se non si ha alcun riscontro di relazioni avute da questi monaci valpontensi con altri monasteri cluniacensi.Che fossero Benedettini della prima osservanza viene dedotto non solo dal tenore di vita che conducevano, perfettamente conforme alla regola composta da S. Benedetto riferita dall’Amatori, ma anche da pitture Valpontensi. Da queste si sa con certezza quale abito usassero quei Monaci, cioè una tunica di lana bianca lunga fino al collo del piede, con sopra la cocolla nera o ferruginea, più lunga della tunica con ampie maniche e cappuccio. Ciò nonostante c’è che li disse cluniacensi, chi cistercensi, chi affermò che non appartenevano né all’una né all’altra di queste famiglie, senza però dire di che specie fossero, forse affini ai templari per l’architettura della chiesa abbaziale molto simile a quella prossima di S. Bevignate.La gran rosa (oggi murata) che si apriva nella parete sopra la cella della facciata di levante della chiesa valpontense, di cui parleremo più avanti, è motivo tutto proprio dell’architettura Cistercense, come si può vedere nelle chiese abbaziali di Casamari, di Fossanova, di S. Galgano presso Siena, ed in altre costruite da detti monaci circa la metà del secolo XIII. Altra analogia tra i monaci dell’Abbazia di Valdiponte ed i Cistercensi sta nella scelta del sito per la costruzione dei loro monasteri.Vediamo come i Cistercensi sceglievano di fabbricare le loro dimore in valli nascoste, lungi dai tumulti della città, e per quanto possibile, fabbricare le loro dimore in riva ai fiumi e per lo più sulla loro riva sinistra.Osserviamo altresì come l’Abbazia di S. Maria di Valdiponte abbia la postura in una valle ai piedi del colle Corbiniano tra corsi d’acqua attraversati da ponticelli, per cui si può trarre il nome di «Valdiponte, analogamente a Chiaravalle».I cistercensi non ebbero orrore dei luoghi abbandonati, palustri, sassosi, deserti ed incolti, né dei recessi di banditi o bestie feroci anzi, a simiglianza dei loro antecedenti benedettini, li ricercarono e con rude lavoro di gran numero d’anni, sovente a prezzo della salute, li resero giardini più ameni e campagne più fertili.Chiunque studierà il metodo rustico dei cistercensi, la coltura dei campi, degli alberi, delle vigne, dei boschi d’alto fusto, l’allevamento del bestiame, la piscicoltura, il metodo di fabbricare vetro, la metallurgia, sarà costretto a confessare che nessuno si è mai dato a questi lavori con tanta sagacia e utilità come un monaco Benedettino Cistercense.

Presentazione

La prima volta che capitai a Montelabate, portatovi dall’impegno sociale misto alla curiosità per un sito che mi era stato descritto come un piccolo pugno di case coloniche addossate ad una vetusta abbazia (si andava, in quei tempi lontani, di famiglia in famiglia, nei posti più isolati e sperduti, mentre si disfaceva tutt’intorno il vecchio mondo mezzadrile, per fare opera di propaganda e di educazione politica), trovai un insieme di edifici adibiti ad azienda agraria, con attrezzi di lavoro riposti sotto le arcate del chiostro, trattori e mezzi meccanici nella corte, botti e damigiane negli scantinati, sacchi di juta ripieni ad ogni angolo, e la grande chiesa deserta - ove salii con qualche apprensione, scostando la porta cigolante - trasformata in magazzino. Mi colpì la bellezza del luogo, mi offese la sua profanazione: al mio sentire laico quei mucchi di grano sotto le volte a crociera rappresentavano pur sempre un sacrilegio, estetico oltre che religioso. Quell’immagine non l’ho dimenticata; anzi più volte l’ho citata in negativo, quando mi sono trovato a discutere delle condizioni di abbandono in cui versa il patrimonio artistico del Bel Paese; ma sono felice di poterla finalmente considerare obsoleta, ora che lo splendido complesso rifiorisce, dopo gli accurati interventi di recupero, di conservazione, di consolidamento, di restauro che formano l’oggetto del presente studio.E ancor di più sono felice che tali interventi, resi possibili dall’acquisita consapevolezza della necessità di tutelare quell’irriproducibile patrimonio di arte e di storia che i nostri avi ci hanno tramandato, nonché dalla sinergia - come oggi si usa dire - di risorse pubbliche e di capitale privato, siano stati eseguiti dall’impresa di Lamberto Becchetti, amico da sempre, ma col quale i legami si sono di recente rinsaldati per la comune appartenenza al Lions Club Concordia di Perugia. Mi fa piacere constatare che questo amico si è fatto dapprima artefice, e poi portavoce, di una esperienza esemplare. Un’esperienza di conoscenza del passato, di soluzioni per il presente, di indicazioni per l’avvenire che mi permette (anzi, ci permette) di misurare la distanza intercorrente tra l’odierna sensibilità e i tristi giorni del chiostro-rimessa e della chiesa-granaio.Chi avrà la pazienza non di sfogliare distrattamente - magari indugiando solo sulle suggestive inquadrature fotografiche che impreziosiscono il testo - ma di leggere passo dopo passo questa ricerca su una delle più prestigiose architetture religiose medievali del territorio perugino, potrà ripercorrere l’itinerario che Becchetti ha compiuto con competenza ed amore, dall’esame degli accadimenti che emergono quando si sappia interrogare la documentazione cartacea, agli interventi tecnici volti alla preservazione e al ripristino della struttura edilizia. Né questa seconda parte, come egli teme, è meno interessante dell’altra; al contrario ne è il consequenziale complemento, e la riprova di come le cognizioni storiche, se rettamente interpretate, possano servire di stimolo, di orientamento e di guida all’azione.E questo cammino, che faremo seguendo le indicazioni di Becchetti, ci introdurrà nell’hortus conclausus dei monasteri benedettini, della loro quiete e del loro mistero, per farci ritrovare - almeno per un attimo - quella capacità di riflessione sul destino umano, e di meditazione sulla vita e sulla morte, che la civiltà moderna cerca invano di rimuovere con la forsennata corsa al successo, alla fama, al profitto, al godimento, e con l’ostentata dimenticanza di tutto ciò che attiene alla caducità dell’essere umano (epperò al sentimento di eternità che quest’essere, fragile come la canna pensante di cui diceva Pascal) reca dentro di sé. “Monachorum quatuor esse genera manifestum est. Primum Coernobitarum, hoc est, monasteriale, militans sub regula vel Abbate”. E' risaputo, scrive San Benedetto all’inizio della sua Regula, che ci sono quattro specie di monaci: e la prima è quella dei cenobiti, di coloro cioè che vivono in un monastero, e militano sotto un’obbedienza e l’autorità di un abate. è questa la specie che interessa il fondatore indiscusso del monachesimo occidentale, il futuro patrono dell’Europa cristiana; non quella degli anacoreti-eremiti, troppo perfetti per poter essere additati a modello; non le altre -tristissime e perverse- dei sarabaiti e dei girovaghi, dediti all’ozio, al vagabondaggio, alla crapula. Il santo di Norcia si propone di ordinare quella che chiama la specie fortissima dei cenobiti, dettando nel 539, a Montecassino, un documento politico-giuridico-religioso che rimarrà alla base di tutti i successivi sviluppi del fenomeno monastico, nel Medioevo ed oltre. Il monachesimo benedettino si compendia, com’è noto, nella formula Ora et Labora. Propriamente non si può parlare di un «Ordine», anche se ciò si fa a volte per comodità di comprensione: ciascuna abbazia è autonoma e si governa da sé, pure nell’osservanza della Regula. Si deve parlare invece di un atteggiamento che risponde alla tradizione e alla storia del mondo greco-romano. L’ascesi non viene rifiutata, ma reinterpretata secondo gli schemi di quel mondo, filtrati attraverso la nuova visione del miles christianus: quale esercizio, fisico e spirituale ad un tempo, che consenta un progressivo perfezionamento, un avvicinamento alla santità. Questo esercizio esige naturalmente il raccoglimento e la solitudine, ma non l’orgoglioso egoistico isolarsi dalla società. Si tratterà, semmai, di ricostruire una società più consona ai principi della vita cristiana, dove il tempo sia scandito non dallo strepito della guerra e dall’affanno del mercato, sibbene dalla campana che annuncia l’ufficio divino. Nelle ore canoniche comune sarà la preghiera; e, in aggiunta alla preghiera, comune sarà il lavoro, che è modo diverso di santificare il Signore. Lavoro intellettuale, nel chiuso dello scriptorium, sopra gli antichi codici, al lume di una lucerna. Lavoro manuale, all’aperto, benedicendo il sole e la pioggia, a dissodare, bonificare, irrigare la circostante campagna. Richiamo ad una vita devota e operosa che diventerà, nel generale naufragio dei secoli barbari, àncora di salvezza per l’Occidente romano e cristiano. Onde, osservando l’espandersi dell’istituzione monastica da Monteccassino alle più remote contrade, il Falco ha potuto commentare: “Poiché l’Ordine rispondeva a una profonda generale esigenza, oltre la coscienza del fondatore, e contro il suo stesso intendimento, il monastero s’incorporò nel mondo e svolse una grandiosa azione economica, sociale, culturale, che fece dei Benedettini i maestri e gli agricoltori d’Europa, diventò per larghissima cerchia, banca, laboratorio, azienda agricola, scuola, biblioteca. Poiché perenne, non servo dei tempi, era il valore dei suoi ideali, il monastero fu per la Chiesa la riserva delle buone energie nelle ore di smarrimento e di battaglia”.Come avviene per tutte le istituzioni umane, anche il monachesimo benedettino si 

  “Poiché l’Ordine rispondeva a una profonda generale esigenza, oltre la coscienza del fondatore, e contro il suo stesso intendimento, il monastero s’incorporò nel mondo e svolse una grandiosa azione economica, sociale, culturale, che fece dei Benedettini i maestri e gli agricoltori d’Europa, diventò per larghissima cerchia, banca, laboratorio, azienda agricola, scuola, biblioteca. Poiché perenne, non servo dei tempi, era il valore dei suoi ideali, il monastero fu per la Chiesa la riserva delle buone energie nelle ore di smarrimento e di battaglia”. Come avviene per tutte le istituzioni umane, anche il monachesimo benedettino si andò allontanando, col tempo, dai primitivi principi. Da qui però, in quelle ore cupe cui il Falco accenna, un desiderio costante di ritorno alle origini, un’energia inesauribile di rinnovamento pur nella fedeltà ai propri principi. Il movimento di riforma parte per due volte dalle terra di Borgogna, dunque dal cuore geografico dell’Europa; e si diffonde in tutto il vecchio continente, dal Mediterraneo alle isole britanniche e, nel secondo caso, fino alla Scandinavia. L’epicentro del rinnovamento ecclesiale è, la prima volta, l’abbazia di Cluny, costruita nel 909 su una «villa» donata al monaco Bernone dal duca di Aquitania, e consacrata secondo tradizione l’11 novembre di quello o di un anno immediatamente successivo. Non sfugga la datazione del giorno, corrispondente al capodanno celtico, e che nel martirologio cristiano è dedicato a San Martino di Tours: santo popolarissimo nel Medioevo, santo evangelizzatore e cavaliere, quali vollero essere appunto i monaci cluniacensi. L’atto di fondazione sanciva che sarebbero stati essi ad eleggere il proprio abate, e che questi e nessun’altra autorità avrebbe risposto se non a quella del pontefice. Privilegio di esenzione - che metteva al riparo il monastero da qualsiasi ingerenza, ecclesiastica o civile - tipicamente feudale, come feudale era il voto che legava i monaci all’abate. E feudale la ripartizione nei tre ordini che vediamo sullo sfondo profilarsi, e che conosciamo dalla descrizione del vescovo-poeta Adalbéron di Laon.La società naturale, dice Adalbéron, non distingue che due condizioni, quella dei nobili e quella dei servi; la società cristiana vi aggiunge quella degli ecclesiastici. “Perciò la casa di Dio, che si ritiene essere indivisibile, è divisa in tre ordini: coloro che pregano, coloro che combattono e coloro che lavorano”.Ciascun ordine è legato inseparabilmente agli altri, e presta aiuto a tutti; l’azione dei primi due ordini dipende dal lavoro del terzo. Ora, Cluny rappresenta e riproduce emblematicamente, nel suo microcosmo, questa struttura feudale della franchigia e del privilegio. “Nella divisione tripartita della società i cluniacensi non figuravano solo come uomini di preghiera, ma erano in buon numero usciti da famiglie che fornivano gli uomini di battaglia (milites). Per questo fatto avevano un doppio titolo per essere nutriti dai villani dediti al lavoro della terra. Ciò spiega come potessero sentire solo una stima moderata per il lavoro manuale, estraneo alle loro origini e divenuto incompatibile con le lunghe ore corali. In effetti nel mondo feudale Cluny appariva come una fortezza del servizio divino di tipo signorile”.E, come un vero e proprio stato feudale, Cluny creò una struttura piramidale di province, priorati, case di nuova fondazione riformate o aggregate. Con linguaggio storiograficamente deprecabile ma giornalisticamente efficace, si è parlato dell’Ordo cluniacensis come di una multinazionale del Medioevo. In effetti esso “fu il primo raggruppamento monastico a radunare sotto la medesima autorità un gran numero di monasteri. Alla fine dell’XI secolo, l’ordine era diffuso in tutta Europa, aveva 884 monasteri in Francia, 99 in Germania ed in Svizzera, 54 in Lombardia, 44 in Inghilterra, 31 in Spagna”. A fianco della piramide vi erano le abbazie soggette, di obbedienza o di osservanza: queste ultime venivano considerate affiliate perché avevano adottato le pratiche della casa madre; ma conservavano la propria autonomia ed eleggevano un proprio superiore. Nessuna meraviglia dunque che si possa classificare anche il cenobio oggetto della nostra attenzione nella categoria dell’osservanza. A detta anzi di Belforti-Mariotti, che indicano l’Anno Mille come data presunta di fondazione, “questa antica Chiesa e Monastero annesso col titolo di S. Maria di Val di Ponte, chiamata comunemente Monte l’Abbate [è] una delle più antiche Badie «dell’ordine Cluniacense» di quante ne sono pel Territorio”.Il partito della riforma conquistò la Chiesa, ma divenne potente e ricco oltre misura, e certo lontano dal primitivo spirito benedettino. Cluny fu, è vero, un “asilo di sapienza”, come si esprime Raoul Glaber, il cronista-cantore della ripresa europea dopo il Mille, colui che ci descrive il mondo scuotersi dalle spalle la vecchiezza, e l’Europa cristiana coprirsi di un bianco mantello di chiese; ma anche un luogo dove il tempo del monaco era assorbito in processioni e liturgie, a discapito della carità e del lavoro. Da Citeaux, l’antica Cistercium, ad opera di Roberto di Molesmes e di ventuno suoi compagni venne la spinta per una riforma dell’Ordine che tornasse alla rigorosa osservanza della Regola. E così nel «nuovo monastero», come fu chiamata la cittadella fondata in una desolata località borgognona, compare la cocolla grigia, si adotta l’abito di lana grezza, si rifiuta il lusso, si predicano l’ascesi e la povertà; e ben presto lo stile di vita cistercense si propaga e si intreccia con gli ideali apostolici e pauperistici. “Il lavoro manuale occupa gran parte della vita del monaco. Il monastero è costruito su una terra ricevuta in donazione, spesso di cattiva qualità, insalubre e da disboscare [...] Spetta ai monaci valorizzarla da soli senza ricorrere al sistema dei fittavoli e dei braccianti. Il sacerdote lavora sia nel monastero sia nei dintorni immediati per ritrovarsi normalmente in “coro”. Anche Montelabate abbraccia la nuova interpretazione della Regola. è sempre il manoscritto Belforti-Mariotti ad attestarlo, aggiungendo una notizia preziosa per la ricostruzione del quadro d’insieme: “Resta ancora nei limiti di Civitella Bonizzone l’antica, e celebre Abbazia di S. Paolo di Val di Ponte dell’Ordine Cistercense «chiamata ora comunemente Badia Celestina». Anche questa sarebbe stata fondata attorno al Mille.è evidente che il passaggio da Cluny a Citeaux dovette provocare dei cambiamenti nella comunità di Montelabate. La differenza fra due forme di organizzazione della vita claustrale si riflette infatti non soltanto sulla psicologia degli individui, ma pure sull’ambiente in cui questi si trovano ad operare. Si prenda l’atteggiamento nei confronti del silenzio, di cui la teologia mistica medioevale tesseva l’elogio. Diceva ad esempio, nel De perfectione vitae, Bonaventura da Bagnoreggio: dalla lingua escono la menzogna, la bestemmia, lo spergiuro; virtù per eccellenza è il silenzio. Ma, come ha rilevato Georges Duby, per i benedettini cluniacensi l’obbligo del silenzio si era andato attenuando; si erano sviluppate forme di comunicazione alternativa, per esempio gestuale; il divieto di parlare era sospeso durante la riunione capitolare, in certe ore e in determinati giorni. A Cluny l’ascesi individuale aveva perso terreno a favore della preghiera collettiva, il silenzio a vantaggio della salmodia e del canto gregoriano: ciò che avrà comportato, evidentemente, una maggiore ampiezza degli spazi comuni. A Citeaux, invece, sotto nuovi influssi provenienti dall’Oriente, cominciò a predicarsi la solitudine e il ripiegamento su di sé, a valorizzarsi il deserto come luogo privilegiato di battaglia contro quello che Gregorio Magno chiamò “l”antico nemico”. Memori delle lotte sostenute da San Benedetto, e delle sue vittorie contro il Tentatore, i cistercensi - pur restando fedeli al principio della vita comunitaria - vollero esaltare la solitudine: e preferirono i luoghi boschivi e isolati, le capanne per la preghiera individuale. Anche questo avrà di certo pesato nella ripartizione degli spazi abbaziali. Di più: quando si cercò di conciliare le esigenze del cenobio con il ritiro degli anacoreti nacque la Certosa; essenzialmente un chiostro circondato da celle, un grande spazio comune delimitato da ristretti spazi individuali: come se ne vedono ancora, di bellissime, presso molte città di Francia e Lombardia.Cluny e Citeaux ebbero anche un diverso atteggiamento nei confronti dell’ibrido, del mostruoso, del difforme: ciò che doveva riflettersi, ovviamente, nella decorazione dei codici miniati, dei cori lignei, dei portali in pietra delle cattedrali. Il tema è oggetto di discussione animata in alcune pagine del Nome della Rosa. Il venerabile Jorge, comparendo all’improvviso nello scriptorum dove i monaci indulgono al riso per via di alcune ilari figure, esordisce con una citazione di San Benedetto: “Verba vana aut risui apta non loqui”, non proferire parole inutili o ridicole; e continua la sua requisitoria contro la turpitudine delle immagini, controbattendo con veemenza l’obiezione di frate Guglielmo, che proprio lo stravagante e l’inverosimile costringono la mente a sollevare il velo che copre la verità. “Conosco l’argomento! E ammetto con vergogna che è stato l’argomento principe del nostro ordine, quando gli abati cluniacensi si battevano contro i cistercensi. Ma San Bernardo aveva ragione: a poco a poco l’uomo che rappresenta mostri e portenti di natura per rivelare le cose di Dio per speculum et in aenigmate, prende gusto alla natura stessa delle mostruosità che crea e si diletta di quelle, e per quelle, né vede più che attraverso quelle”. Da ciò l’indulgere al deforme e al risibile, oltre che al sovrabbondante e al dovizioso, dello stile cluniacense; e per contrasto il richiamo alla severità e al rigore della riforma cistercense. I pavimenti di marmo, i capitelli istoriati, i tabernacoli rifulgenti d’oro e d’argento, di contro alle scale spoglie, alle colonne nude, agli altari privi di orpelli perché meglio risalti la solenne sobrietà del numinoso. Riassume Le Goff, l’occhio rivolto all’architettura sacra: “Agli adepti di una spiritualità in cui l’essenziale è il servizio divino, l’«opus Dei», al quale il gregge dei servi permette ai monaci di dedicarsi, si oppongono i seguaci di una mistica che unisce la preghiera e il lavoro manuale, praticato dai monaci a fianco dei conversi o fratelli laici. Ai religiosi animati da una sensibilità nutrita dello splendore delle chiese, dello sfarzo della liturgia, della pompa delle funzioni, si oppongono dei monaci appassionati della semplicità, delle linee pure senza ornamento. Di fronte al barocco romanico, che si compiace dei rivestimenti sontuosi e dei capricci di un’ornamentazione forzata [...], Citeaux accoglie il gotico nascente più rigoroso, più ordinato, che trascura il dettaglio per l’essenziale".Si è ricordato, per inciso, San Bernardo di Clairvaux, secondo (e per taluni autentico) fondatore di Citeaux. Agli occhi dei moderni egli ha certamente molte colpe: l’accanimento verso il razionalismo di Abelardo e di Gilberto de la Porreé, la condanna scagliata contro il ribellismo di Arnaldo da Brescia. Non a caso Eco si è ispirato a lui per il personaggio negativo del suo romanzo, Jorge da Burgos, nemico del riso e del dubbio.Ma non si capirebbe il ruolo esercitato da “questo grande uomo d’azione e straordinario condottiero d’uomini, in cui s’incarna il genio religioso dell’intera epoca sua” (l’espressione è di étienne Gilson) senza sforzarsi di capire, allo stesso tempo, quanto abbandono al divino e quanta negazione dell’umano nutriva, approfondendo l’antitesi agostiniana fra le due città, la mistica medioevale, che ebbe nei cistercensi e nei vittorini i suoi più conseguenti interpreti. “San Bernardo può anche fare qualche concessione di principio allo studio della filosofia, ma esprime il suo vero pensiero quando dichiara: la mia filosofia è di conoscere Gesù, Gesù Crocifisso”.Questa posizione spinta all’estremo poteva anche produrre effetti nefasti; giacché, come argutamente Eco fa dire ad Adso a mo’ di epigrafe sulla vicenda di cui è stato spettatore, è a causa della troppa virtù che prevalgono talora le forze dell’inferno. Un Arnaldo Amalrico abate generale di Citeaux poteva per esempio - richiesto su cosa dovesse farsi dei cittadini della sventurata Béziers, ove cattolici ed eretici erano stato catturati, mescolati e indistinguibili fra loro - rispondere, se è vero il terribile racconto che ci è stato tramandato: “Uccideteli tutti. Dio riconoscerà i suoi”.Miles Christi, come egli stesso volle definirsi, banditore di crociate, San Bernardo è perciò fondatore, più che di un ordine, di una militia.
                    

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