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 Circondario di Perugia, Abbazia di Montelabate, pag.1     [<<<] [>>>]     [Torna a "Perugia]  

 

Premessa

Memorie storiche per una maggiore conoscenzaNella stesura del presente lavoro si sono volute distinguere due parti: una prima parte relativa alla ricerca documentaria di memorie e accadimenti storici, che possono aver influito direttamente e indirettamente sulla vita del monastero, con particolare riferimento all’evolversi, anche sotto il profilo delle trasformazioni edilizie operate nel tempo dai vari Abati.Una seconda parte, brevissima, che riveste un carattere esplicativo degli interventi edilizi e delle loro motivazioni, sicuramente più riduttiva della prima, dato il lasso breve di tempo in cui si svolge l’attività di recupero e, se vogliamo, anche meno interessante, perché insita nella nostra contemporaneità, ma non per questo meno importante. Non dobbiamo dimenticare che, se viviamo sulle orme di un passato remoto, cadenziamo già le orme di un trascorso recente rivolto alle generazioni future, che è già storia.Lo spirito con il quale è stata condotta la ricerca storica (nella prima parte) va inteso volutamente come quello di un semplice cronista. Si vogliono ricostruire immagini e fatti pregressi senza inventarsi nulla di nuovo, attenendosi ai documenti che si ritengono più attendibili. Si pongono a confronto autori, situazioni e fatti diversi, anche in contraddizione fra loro. Coloro che avranno la pazienza di leggere, potranno costruirsi, attraverso gli elementi forniti, immagini e concetti personali di una realtà oggettiva.Nella seconda parte si cerca di esporre tutte le motivazioni e le ragioni per cui vengono condotti i lavori del recupero, restauro e consolidamento, mirando ad una provocazione culturale onde risvegliare un interesse maggiormente attivo.Posto ciò, andremo pertanto a ritroso nel tempo per una maggiore conoscenza ed analizzeremo la struttura architettonica del monastero nel suo complesso, scopriremo le vicende interne dei monaci di S. Maria di Valdiponte quali: la vita degli Abati, la loro catalogazione, il ruolo da loro sostenuto come ordinatari dei lavori (edili, architettonici, per consolidamenti, innovazioni, trasformazioni, abbellimenti artistici e pittorici), eseguiti sia all’interno della chiesa che all’esterno, (sala del capitolo).Verranno citate informazioni spesso controverse, provenienti da varie fonti. A quelle principali provenienti da Don Alberico Amatori, Abate nel 1850, tratte dall’archivio Valpontense e, ad opera di Ettore Ricci, riportate nel “Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria dell’Umbria”. Altre riportate nell’edizione del 1908 di Raffaele Zampa, nonché gli studi più recenti dell’Architetto Sop.te Gisberto Martelli e di Fiorella Bertinelli. Quelli di Vittorio De Donato pubblicati in due volumi dall’Istituto Storico Italiano per il Medioevo “Regesta Chartarum Italiae - Le più antiche carte dell’Abbazia di S. Maria Val di Ponte (Montelabbate)”, il primo del 1962 riguardante le carte relative al periodo 969-1170 ed il secondo del 1988 riguardante quelle relative al periodo 1171-1200. 

Prefazione

Memorie di un uomo solo a Montelabate: Montelabate, Novembre 1943. Un uomo sulla quarantina siede sui gradini antistanti il portale ad ogiva della trecentesca Abbazia: osserva gli alberi ormai spogli del boschetto di fronte confondersi e sparire a poco a poco nel crepuscolo. Non appena nel cielo appaiono le prime stelle, l’uomo si alza, entra nella chiesa e si chiude il portone alle spalle. I suoi passi risuonano nel silenzio dell’ampia navata, ora semivuota, ma che per più di tre anni, dal 9 giugno del 1940 all’indomani dell’8 settembre 1943, è stata ingombra fino all’inverosimile di quadri fissati ai cavalletti, a disegnare un labirinto: erano i dipinti della Galleria Nazionale dell’Umbria ed alcuni della Pinacoteca di Brera, che erano stati là collocati per sottrarli ad eventuali bombardamenti sulle città. Poi la guerra aveva preso una piega imprevista, si era trasferita sul territorio nazionale ed erano arrivati in Italia i Tedeschi, non più alleati. I dipinti furono in fretta accatastati in un ampio locale con un lucernario, che si apriva dopo un breve corridoio dietro l’altare maggiore. La porta fu quindi murata, ripristinato l’intonaco e riprese le pitture murarie. L’uomo, un dipendente della Soprintendenza ai Monumenti ed alle Gallerie dell’Umbria, si trovava là proprio per sorvegliare quelle opere di inestimabile valore, in veste di sacrestano, o custode dell’Abbazia. Per questo gli avevano anche consegnato una pistola, che adesso faceva sentire il suo peso nella tasca destra della giacca. A che cosa poteva servirgli una pistola? L’uomo pensò che l’unica speranza fosse che i Tedeschi non avessero mai saputo dei quadri. Quante persone erano a conoscenza del loro nascondiglio? ... L’uomo trasse di tasca la pistola e l’osservò, mentre faceva un rapido calcolo mentale: i suoi superiori ed i colleghi, certamente. E, altrettanto certamente, molti contadini là intorno, il fattore della tenuta ... Forse qualcuno dei visitatori, che erano venuti a vedere i quadri quando erano ancora esposti nella chiesa e potevano supporre che non fossero stati portati lontano ... Se qualcuno, per qualsiasi motivo, avesse dato indicazioni ai Tedeschi, quella pistola non sarebbe stata di alcuna utilità, anzi: si è mai visto un sacrestano armato? ... L’uomo salì i gradini dell’altare, si guardò intorno furtivamente, frugò in una busta di stoffa, prese le chiavi del tabernacolo e lo aprì. A questo punto si segnò e spinse la pistola più che poté all’interno del tabernacolo.Pochi minuti dopo era sdraiato sulla sua branda, dietro l’altare maggiore, accanto al sepolcro del Beato Pietro, a pochi metri dalla porta murata della stanza dei quadri. Pensava alla sua famiglia a poche decine di chilometri, eppure così lontana, date le circostanze. Pensava che di lì a qualche giorno sarebbe stato il settimo compleanno del figlio Mario, un povero compleanno di guerra da festeggiare solo con la mamma e la sorellina di sette mesi. Pensava al modo di riunificare la famiglia, magari alloggiandola di là, nella sacrestia che comunicava con il chiostro. E Mario avrebbe potuto frequentare la scuola elementare a Montelabate. Marzo-Luglio 1994. Il 4 marzo l’uomo andò a prelevare con un camioncino moglie e figli: la situazione esigeva ormai che la famiglia si riunisse, con il fronte che si avvicinava e con i bombardamenti sempre più frequenti, specie su Ponte San Giovanni. Senza contare che in campagna era più facile procurarsi il cibo, grazie alla rude, ancestrale generosità dei contadini.Dalla metà di aprile la famiglia si trasferì presso la casa parrocchiale di Montelabate, un po’ per non dare nell’occhio, un po’ perché la nuova sistemazione, in posizione più bassa rispetto all’Abbazia, era ritenuta più sicura dalle cannonate, che in effetti di lì a poco avrebbero solcato il cielo in gran numero; permetteva anche di coltivare un orticello e di allevare qualche gallina: la disponibilità di uova era un privilegio niente affatto secondario per la dieta familiare.La casa veniva condivisa con Padre Riccardo, le volte che questi veniva, a piedi o in bicicletta attraverso le colline, dal suo convento di Farneto fino a Montelabate, a curare quelle anime in tempi così difficili. Del resto lo spazio non mancava, tanto che furono occupate solo le stanze interne, adibendo quelle rivolte verso sud a magazzino e camera di sicurezza per eventuali granate sparate dai cannoni degli Alleati, che da quella parte stavano avanzando. I rapporti con i Tedeschi erano abbastanza tranquilli: due mezzi corazzati erano stati nascosti alla vista di incursori aerei, proprio sotto gli alberi antistanti la Chiesa parrocchiale, e per un certo periodo tre compitissimi ufficiali marconisti presero alloggio presso la casa e vi installarono la loro stazione ricetrasmittente; si comportarono da perfetti gentiluomini, impegnandosi ad arrecare il minor fastidio possibile. Verso la metà di giugno si intensificarono le incursioni aeree e si cominciò ad udire sempre più vicina la voce dei cannoni. I tre ufficiali se ne andarono, avendo riconosciuto il rombo dei cannoni alleati e giudicando questa esperienza diretta assai più attendibile delle notizie che giungevano via radio.Una sera Padre Riccardo fu costretto a fermarsi per la notte, come qualche volta gli accadeva quando faceva tardi e, con il coprifuoco, non poteva rientrare al convento. Siccome quella volta aveva forato una gomma della bicicletta, scese fino all’ingresso, dove l’aveva lasciata, e si mise ad aggiustarla, mentre il piccolo Mario, dalla prima rampa di scale, gli faceva luce con l’acetilene. Di là dal campo, sulla strada principale, transitava una colonna tedesca in ritirata. La luce non passò inosservata. Pochi momenti e si sentì bussare alla porta. Padre Riccardo aprì e si trovò davanti una settantina di soldati tedeschi. Erano solo dei poveri diavoli stanchi che volevano un riparo per la notte, ma in quel tempo, ed in tal numero, e a quell’ora i Tedeschi facevano certamente paura. Entrarono, presero possesso delle stanze vuote, si sdraiarono per terra e si misero a dormire.L’uomo e sua moglie, però, non riuscivano a prendere sonno, non c’era granché da portar via, certo, ma proprio la cosa più preziosa, la macchina per cucire, che tanti vestitini aveva aiutato a mettere insieme per Mario e Maria Antonietta, era rimasta in una delle stanze occupate dai Tedeschi, dentro un vano chiuso soltanto da una tenda. Già vedevano la loro preziosa Singer caricata su un camion in ritirata verso la Germania. Si consultarono a lungo, poi presero il coraggio a quattro mani e nel cuore della notte, badando bene a dove mettevano i piedi per non calpestare i soldati che dormivano l’uno accanto all’altro, andarono a prelevare la macchina e la portarono in salvo. I tedeschi se ne andarono la mattina dopo e mancarono all’appello solo poche cose, di scarso valore anche in quei tempi di ristrettezze.Ora di Tedeschi se ne vedevano sempre meno, ma verso la metà di giugno e per circa due settimane, ci fu un fuoco infernale di artiglieria: una sola batteria tedesca semovente, facendo fuoco e spostandosi rapidamente, prima di essere localizzata dal fuoco alleato, riuscì per molti giorni a reggere il fronte, consentendo al grosso delle truppe una ritirata non precipitosa. Una sera, una famiglia colonica che abitava su una vicina collina ebbe l’idea di spostare il bestiame, forse per metterlo al riparo in un luogo ritenuto più sicuro. Ai binocoli degli Alleati quegli spostamenti furtivi dovettero sembrare, alla luce dei bengala, dei movimenti di truppe, per cui il fuoco dei cannoni si concentrò sulla collina. Il “sagrestano” e la sua famiglia, insieme ad alcuni vicini, era rifugiato, non so per quale presunzione di sicurezza, nella cella alla base del campanile, e da un foro, che esiste ancora nella porta, vedeva le granate passare alte sulla chiesa ed abbattersi sulla collina. Si pensò ad una strage. Il giorno successivo invece si seppe che quella pioggia di fuoco aveva provocato molti danni, aveva quasi sterminato il bestiame, ma, per una fortunatissima casualità, non aveva arrecato danni alle persone.Venne finalmente il giorno in cui i Tedeschi se ne andarono definitivamente, non senza aver minato il quadrivio del paese. Il 12 luglio 1944 Montelabate fu occupato dagli Inglesi, i cui artificieri disinnescarono senza difficoltà le mine, che rimasero poi a lungo sul ciglio della strada, viva tentanzione di gioco per i ragazzi.Luglio 44 - Gennaio 47Il fronte si allontanò e la vita prese a scorrere più tranquilla. Le opere d’arte se ne stavano sempre murate nell’Abbazia e nulla era trapelato a loro proposito fino a quel momento.Nel settembre 1945, fu nominato il nuovo parroco, Don Adriano: per lasciargli la casa l’uomo si trasferì di nuovo con la famiglia nella sacrestia dell’Abbazia, dove rimase finché i quadri furono rimossi, dopo tre anni e mezzo di “sepoltura”, e cioè fino al gennaio 1947. Fu così che la solenne Abbazia cistercense fece da sfondo ai miei primi passi su questa terra.Alla memoria di mio padre, Giotto Soldani, ho fissato sulla carta alcuni dei racconti che tante volte ho sentito in famiglia. So che, per il suo carattere schivo, non avrebbe approvato. Se avesse potuto averle tra le mani, queste righe sarebbero andate a far compagnia al diploma ed alla medaglia “Ai benemeriti della cultura”, arrivati tanti anni dopo, e che da allora riposano indisturbati in fondo ad un cassetto.

  Il luogo ed il monastero

Introducendosi nella storia Valpontense, il lettore non potrà rimanere se non suggestionato dalla descrizione che lo stesso Don Alberico Amatori, monaco Benedettino Cistercense, ex bibliotecario della Sessoriana di S. Croce in Gerusalemme, fa della postura del luogo e del monastero stesso, così come è pervenuta a noi dal cronista Ettore Ricci attraverso il Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria per l’Umbria:“Giace il Monastero di S. Maria di Valdiponte circondato da boschi ed oliveti, sul declivio di uno degli alti colli, che a settentrione chiudono la valle umbra e separano l’agro Perugino dall’Eugubino. Tra i monasteri d’Italia tuttora abitati da monaci è certamente questo uno dei più vetusti che conservi o di cui almeno possa raccogliersene fra le moderne costruzioni l’antica forma e semplicità. Ha un tempio di notabile grandezza, privo del tutto di ornati e di abbellimenti che attirare possano la curiosità dell’osservatore. Nude sono le alte e svelte pareti, nell’interno già state grezze ed ora imbiancate e nell’esterno ricoperte di brune pietre atte a ispirare la mestizia monastica. Al primo ingresso del tetro monastero si presenta un vecchio cortile quasi perfettamente quadrato cinto da loggiato sostenuto da due ordini di piccole e dissimili colonne, che girano tutt’intorno ai lati della parte inferiore e a due lati della parte superiore. Intorno a questo chiostro sono il capitolo e il refettorio convertiti presentemente in officine. Vi sono tre dormitori de’ quali tuttora si può scorgere sopra i solai qual fosse l’antica forma, poi ridotti in celle che contenevano più di sessanta monaci. È questo l’unico cenobio, al presente nello stato ecclesiastico posseduto dai cistercensi, che abbia per solitudine e costruzione di edificio tutti i requisiti di un vero monastero”.Il monastero di Santa Maria di Valdiponte in Corbiniano, detto Montelabate, sorge su di un colle distante 18 km dalla città di Perugia. Per raggiungerlo, arrivati alla frazione Bosco si pongono due alternative percorribili: la prima lungo la direttrice che conduce a Città di Castello (l’antica Tifernum) e lasciando la stessa ad un bivio si prende sulla destra una strada comunale. Il bivio di Montelabate è sito nei paraggi della chiesetta ed il castello di Ramazzano. Percorrendo questa strada, che s’interna fra le colline, si perviene dopo quattro chilometri all’Abbazia.La seconda alternativa è quella di continuare dalla frazione Bosco la direttrice che conduce a Gubbio (Eugubium), passando per le località di Colombella e Farneto fino al vocabolo Piccione. Appena intrappresa l’ascesa del colle Corbiniano lungo la strada provinciale per Gubbio, si imbocca alla sinistra di un bivio (posto prima delle rovine di due castelli di antica pertinenza del Monastero), la strada comunale che ci conduce attraverso le colline all’Abbazia.Nella zona del Piccione, ai piedi del colle Corbiniano, dove si intersecano le due direttrici provenienti da Perugia e da Gubbio, si trova la Domus Gerosolimitana di S. Giustino d’Arno. Da questa abbazia antichissima diparte la strada che attraverso Petrignano giunge fino ad Assisi (Assisium). Nei secoli XIII e XIV queste strade erano battute dai pellegrini che andavano in Assisi quale meta di una “Gerusalemme Serafica” da raggiungere come percorso alternativo al tragitto per Roma e Gerusalemme. A causa delle notevoli emergenze storico architettoniche collegate alla civiltà degli ordini cavallereschi riscontrabili lungo l’itinerario proveniente da Magione, Perugia e da Gubbio attraverso il territorio di Montelabbate e di S. Giustino d’Arno, queste strade prendevano il nome di “Vie dei Cavalieri e dei Pellegrini”.Schema di sintesi sull’abbazia di Montelabate e suo monastero (secondo una tradizione accreditata che oggi in studi di ricerca storica trova approfondimenti che ne ampliano la conoscenza)1) Il Monastero, oggi chiamato “Montelabate”, nei documenti più antichi era denominato di “Santa Maria di Valdiponte in Corbiniano”: a) Valdiponte, certamente, ha la sua origine da un ponte che esisteva a fondo valle, anche se si ritiene che la denominazione, da una più accreditata ricerca, derivi dal nome di un antico proprietario, come espresso di seguito. b) Corbiniano era ed è il nome del monte che sovrasta il monastero. c) Montelabbate era il nome di uno dei tre castelli di pertinenza della “Abbazia di Santa Maria di Valdiponte in Corbiniano”, castello che ha finito, poi, per imporre il nome all’Abbazia. Il Castello di Montelabate, o della Badia o Castellaccio, era situato in una località di proprietà di un certo signore Ponzio, quindi il luogo era chiamato Ponziaca, in seguito fu chiamato Ponte. Il suo primo nome però fu Corbiniana da un antico proprietario detto Corvino; per ultimo fu chiamata Castello della Badia. In questo castello esisteva una chiesa dedicata a S. Angelo e serviva per amministrare i sacramenti ai servi del castello. Nel 1577 non era ancora diroccato, ciò probabilmente può essere avvenuto dopo il 1600. Il Cardinale Raffaello (Camerlengo, 15.1.1505) confermò di fare come anticamente in Montelabate una fiera all’anno, nel mese di agosto, giorno dell’Assunzione. In vari testi si legge “Monastero di Valdiponte”, volgarmente, chiamato Montelabate. La denominazione in uso in tempi assai recenti, appare per la prima volta (in riferimento alla nuova denominazione legata all’Abbazia) solo nella seconda metà del 1700; in uso nei documenti ufficiali solo oltre la seconda metà dell’800.2) Tutti coloro che, anche ai nostri giorni, hanno scritto sulla “nostra Abbazia”, fanno riferimento alle documentate ricerche ed agli scritti del monaco cistercense Don Alberico Amatori. Recentemente alcuni studi di ricerca storica più accreditati, già citati in premessa, hanno confutato alcune date citate dall’Amatori nel suo regesto manoscritto. Nel 1850 l’Amatori fu Abate di S. Maria di Valdiponte. L’Amatori - uomo di autentica cultura, conoscitore profondo di codici - era stato stretto collaboratore del Cardinale Angelo Mai e direttore, in Roma, della prestigiosa “Biblioteca Sessoriana di Santa Croce in Gerusalemme”. Arrivato alla “nostra Abbazia” l’Amatori provò grandi delusioni, perché non ebbe a trovare, nella biblioteca nel nostro monastero, né codici da decifrare, né bolle Pontificie, né diplomi imperiali, ma solo una grande mole di “vetustissime membrane” (come egli lasciò scritto) le quali riferivano la fondazione del “Monastero più antica di quello che io credessi; perché se nel secolo decimo furono fatte donazioni di beni al Monastero, agli Abati e monaci viventi, facilmente può dedursi che la fondazione primitiva almeno risalga al secolo precedente, non potendo essere scorso breve tempo perché la vita dei Monaci acquistasse rinomanza e fama di pia e religiosa, così che si accattivassero la fiducia dei popoli”.3) Secondo l’Amatori, una bolla pontificia, data 1030, emessa da Papa Giovanni XIX, ordinava all’Abate Pietro, eletto Commissario apostolico di S. Maria di Valdiponte in Corbiniano, di “restaurare l’edificio cadente e di ripristinare la monastica disciplina, conformemente alla regola di S. Benedetto. “Quia vero monasterium ipsum destructum esse videatur, tuo namque studio, tuoque labore rehedificare, in pristium revocare statum atque servos Dei monachos costanque vitam degentes secundum regulam Beati Benedicti sub monasticam disciplinam inibi adgregare” In realtà le date citate dall’Amatori sono confutate da V. De Donato che attribuisce con certezza il documento a Giovanni XIII e di assegnarlo all’anno 969. Al lettore attento si demandano maggiori approfondimenti sul tema al cap. IV. Se nel 1030 Papa Giovanni XIX per l’Amatori, 969 Papa Giovanni XIII per il De Donato, impone di restaurare il Monastero “diruto e desolato” e di ripristinare la regola per i monaci, è nella logica delle cose, che tempo prima del mille per l’Amatori, 969 per il De Donato, la “nostra Abbazia” doveva avere sviluppato una sua vita degna di considerazione.4) Un “antico istrumento del 993” richiama la cessione agli Abati ed ai Monaci del Monastero di Valdiponte da parte di tale Giovanni Gregorio (o di Gregorio) dello esteso spazio di terreno compreso fra il Tevere e Rio d’Arno “Abbatibus et Monachis ibidem Deo servientibus”.5) Gli scritti lasciati dal monaco cistercense Don Alberico Amatori “Brevi notizie per la storia del Monastero di Valdiponte” - Abati Valpontensi a partire da Abate Pietro (1030, per l’Amatori; 969 per il De Donato) sono depositati presso l’Abbazia di S. Severino delle Marche, ove l’Amatori finì i suoi giorni il 15 novembre 1845. La spogliazione del prezioso archivio della “nostra Abbazia” si deve agli “Abati commendatari” che imperversarono sulle nostre proprietà nel XVI e XVII secolo (mandatari di altri prelati, per interesse e lustro delle loro famiglie, si impossessarono di documenti storici di grande valore, quali bolle papali, diplomi imperiali).6) Si può, con certezza, concludere che il Monastero di S. Maria di Valdiponte in Corbiniano, situato nella campagna di Perugia, è una delle prime fondazioni benedettine, ed è in piena fioritura nel secolo IX. L’atto, datato 993, consacra una realtà in pieno sviluppo, ma le ruberie a cui fu sottoposto l’Archivio del “nostro Monastero” non possono portare ad identificare la precisa data di nascita della Abbazia a Monastero.7) Si può, con tranquillità, celebrare “un millennio di vita della Abbazia di S. Maria di Valdiponte in Corbiniano, oggi chiamata “Abbazia di Montelabate”.Cenni Storici sull’Ordine Benedettino e la riforma cistercenseLa regola di San Benedetto sorta nel V secolo (480-543), subì una seconda riforma nel 750-821 per opera di San Benedetto di Aniane che fondò la Congregazione di Cluny. Ma l’ordine riformato lentamente decadde e intorno al 1000 i Monasteri offrivano un triste spettacolo: la regola benedettina Ora et Labora era stata completamente dimenticata dagli abati che vivevano una vita lontana sia dal lavoro che dalla preghiera, priva di qualsiasi mortificazione.Il nuovo ordine cistercense sorse, per il bisogno di intimo rinnovamento e di purificazione la sera del 21 marzo 1098, ad opera di Roberto, Abate di Molesmes.Roberto donò il suo monastero e, con un piccolo gruppo di frati, si recò a Citeaux (Cistercium), nella Borgogna, dove fondò il primo nucleo del nuovo ordine, sentendo viva in sé questa necessità di rigore, di rinnovamento, di ritorno alla semplicità primitiva della regola benedettina.Così anche la vita cristiana fu invasa dal misticismo, dalla stessa necessità di rinnovamento, di ritorno alla rigorosità di una primitiva vita cristiana.Urbano II, nel Concilio di Piacenza del 1093, spingeva i cristiani alle Crociate; il clero francese cercava una via di rinnovamento nel Concilio di Clermont; nuovi monasteri sorgevano un po’ dovunque ad opera di frati zelanti.Se Roberto fondò il nuovo ordine, la personalità più notevole è però senza dubbio quella di San Bernardo, primo abate di Clairvaux.Egli fondò questa abbazia con pochi compagni nel 1115 e vi rimase fino alla morte, avvenuta nel 1153, interrompendo il suo soggiorno con frequenti viaggi in Italia per sostenere Innocenzo II contro l’antipapa Anacleto II, e pare che in una di queste occasioni abbia concesso la Fondazione di alcuni monasteri cistercensi, come quello delle Tre Fontane presso Roma.Altra personalità notevole, agli albori dell’ordine, è quella di Stefano Harding, autore di due documenti capitali per la vita della congregazione cistercense: l’Exordium Pargum e la Carta Charitatis, redatti tra il 1115 e il 1118.  Le abbazie cistercensi ebbero un’enorme diffusione in ogni parte d’Europa: alla morte di San Bernardo sembra che ve ne fossero già 340: in Francia 241, in Inghilterra 86, in Italia 88. Il primo Monastero sorse nel 1120 a Tiglieto in Liguria. Alla fine del Medioevo si arrivò a 800 abbazie sparse in tutta Europa.Una delle più fertili fu quella di Chiaravalle da cui ne derivarono numerose in Italia: anche principi e re favorirono la nascita di Abbazie cistercensi: San Luigi, la Regina Bianca di Castiglia, Alfonso del Portogallo.


                    

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