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Abbazia di S.Felice

>>>Gli agostiniani dovettero quindi attendere il 1481 (data finale dei restauri) per prenderne pieno possesso e l’intervento del pontefice Sisto IV ne ufficializzò il passaggio.Il XVI secolo si dimostra molto importante per le vicende artistiche dell’abbazia, la quale vede innestarsi sulla sua base schiettamente romanica, delle aggiunte tipicamente rinascimentali, come testimonia la data incisa su una lapide che si trova sulla parete dell’androne:‘MDXVI. Nov. I.”.È proprio a questi anni che risale la costruzione del chiostro sul fianco destro della chiesa: infatti su un laterizio è stata ritrovata, incisa, la data 1536.Ma è il XVIII secolo che vede i maggiori interventi e cambiamenti sia dal punto di vista architettonico che da quello “gestionale” del complesso. Infatti nel 1798 gli agostiniani vennero cacciati dal monastero per la loro cattiva condotta e i beni furono donati alle scuole di Spoleto.Nel 1803 Pio VII concesse l’abbazia ai frati passionisti, i quali furono cacciati durante l’occupazione francese. Ai passionisti, che non vollero rientrare nel monastero date le sue cattive condizioni, subentrò (con il beneplacito del pontefice) la Congregazione del Preziosissimo Sangue che, dopo una parentesi di settantacinque anni (dal 1862, anno dell’effettivo allontanamento, al 1937), tuttora gestisce il complesso.Per quanto riguarda le vicende artistiche del complesso abbaziale, la chiesa mostra a tutt’oggi la sua originaria struttura romanica risalente al XII secolo, mentre il chiostro e le costruzioni, che si sviluppano a L sul fianco destro della chiesa, vennero edificate e completate in un lasso di tempo che va dalla seconda metà del XVI secolo (per quanto riguarda il chiostro) al XVIII secolo quando, oltre al restauro della chiesa e del chiostro, vennero ultimate le nuove parti.La tipologia della chiesa, particolarmente diffusa in Umbria, è un tipico esempio di architettura romanica spoletina con influssi lombardi.La facciata, in conci rossi di S. Terenziano, originariamente a quattro spioventi, è stata ampliata ed alzata nel XVI secolo, cosa che le ha conferito l’attuale aspetto a capanna. Sopra al portale a tre rincassi, dall’architrave scolpito, si apre l’elegante trifora che irradia la sua luce all’interno, a tre navate con volta a botte, intervallate da colonne in conci (come le pareti) che formano sette campate (di cui tre compongono il presbiterio).Una moderna ripida scalinata in travertino conduce al presbiterio e alle tre absidi con catino circolare (di cui la centrale conserva la loggetta pensile esterna del XVI secolo), separate dalla navata anche da un imponente arco trionfale in cui si apre una bifora.Il restauro eseguito nel 1957 ha conferito alla chiesa un’atmosfera fredda e asettica, a causa dei criteri di intervento allora in voga, tendenti a ripristinare l’antico e originale aspetto della costruzione romanica.In realtà, nel XVIII secolo, impertinenti ed invadenti interventi decorativi avevano alterato notevolmente le sembianze dell’interno: le pesanti ridipinture a mo’ di marmi sulle colonne, la costruzione di una doppia scala di accesso al presbiterio ed altro, come è possibile vedere in due foto superstiti prima dei restauri, rendevano difficoltosa la lettura della struttura antica. >>>

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Il piccolo locale rettangolare che si apre alle sue spalle, conserva resti dell’antica decorazione absidale: sullo strombo della finestra che illumina la stanza si riconoscono chiaramente S. Michele Arcangelo sulla sinistra e sulla destra San Nicola di Bari; il sottarco è decorato con motivi floreali. Sulla parete, a sinistra, si trova una Madonna col bambino in trono e San Francesco e sulla destra una Crocifissione con le figure dei dolenti, Maria e San Giovanni. Data la tipologia ed il modo di esecuzione degli affreschi, questi possono essere attribuiti alla mano di un pittore di cultura spoletina operoso agli inizi del XIV secolo.Sulla parete lignea che funge da divisorio con la navata. è stato ricavato nel corso del XVIII secolo, un luogo di ricovero per la conservazione di numerose reliquie, tra cui quella settecentesca con un frammento dell’abito di San Francesco. Il locale adiacente, adibito a sagrestia, è decorato con arredi lignei di fattura settecentesca addossati alle pareti e conserva i due paliotti in caciolfa rimossi per restauri dagli altari della navata principale.Usciti dalla zona absidale, attraverso un arco acuto sulla destra, si entra nella Cappella del Crocifisso, piccolo vano molto scialbato ma che doveva essere interamente affrescato con Storie della Passione (Flagellazione, Andata al calvario, Crocifissione, Deposizione), con la Dormitio Virginis e con il Giudizio Universale.Gli affreschi non hanno sopportato le numerose e devastanti infiltrazioni d’umidità, ma tuttavia è ancora possibile leggervi le storie più importanti: sulla sinistra è rappresentata la Dormitio Virginis in cui la Vergine, adagiata su una portantina, ai cui piedi sono i due committenti oranti, è circondata affettuosamente dagli apostoli; la parte superiore della scena, era occupata dal coro degli angeli.Sulla parete destra è raffigurata la scena della Crocifissione, la più suggestiva e meglio conservata di tutto il ciclo; alla sua destra è ancora possibile vedere alcune scenette molto realistiche dell’inferno, Ancora a destra, nell’intradosso dell’arco, è raffigurata una Deposizione a monocromo. Sopra la Crocifissione, in una nicchia, si scorge l’effige di San Francesco e l’Agnello mistico tra due profeti.La parete di fondo, devastata dall’aperura di due finestre, presenta dei frammenti: in alto a sinistra c’è un santo, mentre a destra si intravvedono due guerrieri; in basso si leggono parzialmente due scene, una con la Flagellazione e l’altra con l’Andata al Calvario. Tali affreschi sono stati attribuiti alla mano giovanile di Giovanni di Corraduccio, un pittore folignate attivo nella prima metà del XV secolo, molto operoso sul territorio. Questa cappella è stata oggetto di un primo restauro nel 1934 e di uno successivo, conservativo, negli anni Settanta.Ritornati sulla navata, l’altare seguente è decorato da una tela che presenta una corposizione complessa: intorno alla raffigurazione della Madonna col bambino in alto e sotto San Francesco e Santa Chiara d’Assisi, corrono quindici ovali sorretti da angeli con scene della vita di Maria.L’opera, recentemente restaurata e depositata presso la chiesa di S. Michele, è riferibile alla mano di Francesco Providoni.La tela successiva, con l’Immacolata Concezione circondata da due santi, è stata rimossa per restauro; dall’intonaco sottostante sono emersi alcuni frammenti di affreschi tuttora leggibili, anche se per la loro visione d’insieme si dovrebbe procedere allo spostamento delle macchine d’altare; vi si distingue un S. Antonio, di scuola umbra della seconda metà del XIV secolo e, più in basso, si intravvede una Madonna col bambino, che mostra notevoli affinità con la produzione artistica dell’Umbria meridionale della prima metà del XV secolo.L’altare seguente custodisce una tavola raffigurante S. Barbara tra angeli e i SS. Pietro e Paolo, eseguita dal Sensini nel 1605. Dallo spostamento della tela per restauro, è emerso un affresco raffigurante la Madonna del Rosario riferibile alla mano di un artista appartenente all’ambiente culturale perugino della seconda metà del cinquecento.Ritornati all’aperto, si prosegue sulla sinistra la strada che circonda il nucleo medievale; pochi metri più avanti la secentesca chiesetta di S. Biagio, a una navata, conserva una tela del XVIII secolo raffigurante il santo titolare. Questa chiesa fu fatta edificare per voto da una famiglia locale, nella figura del suo capostipite Felice Paolucci e dai suoi eredi, nel 1680: lo testimonia una lapide sopra il portale d’ingresso, che riporta anche lo stemma della famiglia.Poco più avanti, sulla destra, si trova la strada che conduce alla sommità del castello.Durante la leggera salita si vede chiaramente l’originale impianto medievale nella successione di abitazioni che si snodano lungo il tracciato che incide il crinale, ancora circoscritto dalle mura del XIV secolo.Tali mura offrono la chiave di lettura dell’interessante sviluppo del castello, dall’insediamento romano alla prima cerchia muraria e alla successiva (ed ultima) edificazione del XIV secolo, testimoniando il progressivo ingrandimento del castello stesso.Sulla piazza principale (che conserva al centro un Monumento ai caduti delle due guerre) si affacciano edifici civili (come le numerose abitazioni), religiosi (come la pieve) e governativi (come la sede del Municipio).La chiesa di S. Maria, che conserva sopra il portale d’accesso lo stemma del comune (torre con porta battentata, a merli ghibellini), è stata edificata nel XIV secolo.Nel secolo XVIII, è stata completamente trasformata, con - addirittura - il cambio di direzione del suo asse centrale. Presenta, per questo motivo, una evidente asimmetria tra la perimetria esterna (si veda la trecentesca abside su cui è stata innestata successivamente la torre campanaria) e l’impostazione dell’interno, ora a croce latina.Il rifacimento settecentesco, visibile nelle numerose decorazioni a finto marmo, è testimoniato dalla pergamena, conservata sulla parete a sinistra dell’altar maggiore, datata 1790.I bracci laterali sono abbelliti da due altari che conservano due pregevoli tele: a destra, S. Antonio Abate, eseguita dal pittore laziale Antonio Cavallucci; sul retro si legge: “ANTONINO CAVALLUCCI FECIT ANNO 1794”.A sinistra, la Madonna col bambino e i SS. Agostino, Michele Arcangelo, Giovanni Evangelista e Francesco, eseguita dal pittore Andrea Polinori nel l620. Presenta anch’essa la firma e la data di esecuzione: (AN)D(REA) S PULINORUS P(ICTOR) TUD(DERTINUS) 1620.

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