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Panorama

 

Piazza del Municipio

Abbazia di S.Felice

Attraverso la strada che sale dal castello in direzione nord-ovest si giunge, in poco tempo, all’abbazia di S. Felice, antichissimo luogo di culto. Il santo è venerato in numerose località, non solo in Umbria (Massa Martana, Giano, Spello e Spoleto) ma anche all’estero (Siviglia in Spagna e Spaiato in Dalmazia). Sembra però che sia stato proprio l’antico Vicus ad Martis (o Vicus Martanus o Marta) sulla via Flaminia - l’odierna Massa Martana - ad aver dato i natali al Vescovo Felice. Da un codice dell’abbazia di Farfa del IX - X secolo (ma la leggenda potrebbe essere più antica) emerge il racconto di un agiografo umbro, secondo il quale la vita e la morte del santo si sono svolte proprio nel Vicus Martis, dove egli era vescovo: tale storia è confermata, seppur con qualche variante, in un codice scritto a Todi (alla cui diocesi appartiene Massa Martana) nel XIII secolo e in un altro del XIV secolo, di uno scrittore di Gualdo Tadino.Un’antica testimonianza, riportata nel XVII secolo dall’erudito folignate Ludovico Jacobilli racconta della costruzione dell’abbazia con i resti della città Martana e fa risalire un primo stanziamento monastico già intorno al 950 circa.L’importanza dell’esperienza benedettina in questo periodo, in un’Italia devastata dalle invasioni barbariche ed abbandonata da qualsiasi forma di potere politico, è testimoniata dal suo repentino inglobamento nelle maglie della burocrazia ecclesiastica, che vedeva in essa una forma di rinascita e riscatto da una situazione di corruzione e scadimento dei costumi senza precedenti.Il lavoro, la preghiera, il rigore con cui era organizzata la vita monastica, vennero visti dalla Chiesa come un valido baluardo contro laè in questo clima che l’abbazia benedettina di S. Felice si sviluppò, svolgendo un importante ruolo economico e sociale in quelle terre e, già dal secolo successivo, vi è documentata la presenza di abati.Tuttavia, nel 1373 l’abbazia passò sotto quella di Sassovivo presso Foligno (con bolla di papa Gregorio XI), fino alla sua decadenza nel XV secolo, quando i benedettini furono allontanati e, nel 1450, con una bolla di Nicolò V, fu soppressa e fu concessa all’ordine degli Eremitani di S. Agostino.Date le precarie condizioni del complesso, si registrano suppliche al pontefice Nicolò V già nel 1450 per attivarne i restauri, i quali si misero in moto due anni dopo. Berardo, vescovo di Spoleto, concesse infatti agli agostiniani la potestà di raccogliere offerte per i lavori di restauro sia della chiesa che del monastero. >>>

Giano dell'Umbria

A Giano non si arriva per caso: un po’ per la sua posizione geografica - a ridosso dei Monti Martani - “vulnus” antico nell’azzurro opalino del paesaggio, un pò per la carenza di segnalazioni che alimentano la sua fama di paese sdegnoso e solitario, raggiungibile sì ma a fatica.Eppure vale la pena imbarcarsi nel viaggio, fidandosi della propria capacità di orientamento (e laddove non arriva, dei modi ,gentili della gente del luogo) per riparare un poco dai guasti quotidiani.Le ferite causate da una dissennatezza urbanistica che ha imperato per un ventennio sono ben visibili anche qui, pronte a rompere armonie, a guastare scorci, a forzare geometrie antiche, ma non alterano nella sostanza l’atmosfera unica di questi luoghi, che rappresentano ancora il compromesso più accettabile tra la vita dell’uomo e quella della natura.Occorre cercare bene, abbandonare la macchina molte volte, per percorrere a piedi i viottoli stretti dei borghi o per affrontare i sentieri che tagliano la montagna in infinite parti, optando per quelli meno frequentati che sono quasi sempre i più suggestivi.Le falde digradanti dei Monti Martani, fanno di ogni piccolo centro una terrazza sulla valle umbra e di ogni presenza antica una perla preziosa da scoprire. Giano è una terra impregnata di spiritualità, segnata dalle impronte incancellabili di grandi Santi come San Felice e San Gaspare e dall’umile apostolato di indomiti religiosi come Frate Giordano.La ricerca di una intima simbiosi tra natura e storia trova soddisfazione nella visita di importanti luoghi come il Santuario della Madonna del Fosco, immerso nel verde o come la Chiesa di San Francesco a Giano, singolare esempio di contaminazione artistica che vede insieme tesori che vanno dal trecento al settecento.Un percorso suggestivo, che ha certamente il suo punto di arrivo naturale nella splendida Abbazia di San Felice, la cui storia inizia in tempi remoti, anteriori all’anno mille.La sua austera architettura romanica essenziale, ostile alla soverchia, oltre ad essere una testimonianza ineguagliabile della capacità dei monaci benedettini di adattare l’ingegno umano alla natura dei luoghi, aiuta a spogliare la mente dalle incrostazioni della vita quotidiana e a rallentare i suoi ritmi frenetici, ridandoci per un attimo l’ebbrezza di una vita lenta, di una slow life.Dice Proust che “Un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre, ma guardare con nuovi occhi”. Ebbene questai guida vuole essere innanzitutto una lente d’ingrandimento, uno strumento agevole in grado di soddisfare in primo luogo il bisogno di conoscenza del turista, ma anche una sollecitazione per gli abitanti del luogo ad approfondire la ricerca delle proprie radici e della propria storia.L’impianto semplice e le note sintetiche non hanno intaccato il rigore storico ed artistico che ha guidato l’autrice Paola Salvatori nella stesura dell’opera.Non c’è pretesa di completezza: la guida è come un sassolino lasciato lungo strade che ciascuno percorre secondo il propro gradimento e il tempo di permanenza.Il fascino dei piccoli centri come Giano sta proprio in questo “viaggiare” liberamente. Non ci sono tappe obbligate, itinerari turistici predisposti, il piacere della scoperta è lasciato intatto come la libertà di inoltrarsi nei borghi ospitali, di imbattersi nella pieve romanica o nel suggestivo scorcio panoramico.L’Amministrazione comunale, dando continuità ad uno sforzo di recupero e di valorizzazione di questo patrimonio, ha inteso offrire a tutti una piccola bussola mediante la quale orientarsi e - se del caso - contestualizzare la propria ricerca.L’attenzione è rivolta in primo luogo alle emergenze storico-artistiche, con una appendice significativa dedicata alle bellezze naturali, paesaggistiche e alle produzioni di qualità; questo perché una visita a Giano non può prescindere dalla conoscenza delle peculiarità ambientali e dei prodotti tipici di questa terra.Alla fine di questo viaggio vi accorgerete di quanto il congedo sia una pena: l’adattamento del corpo e soprattutto dello spirito a questi luoghi, lontani da strade scontate e dal brulicare umano, rende difficile il viaggio a ritroso. Pur se i cartelli che indicano la strada del ritorno sono quas ostentati dinanzi ai vostri occhi (strano scherzo del destino), la partenza avviene con qualche indugio: Giano bifronte, vetusto dio dei passaggi e dei cancelli, saluta dal suo Olimpo... Risalendo il declivio che man mano si infittisce di oliveti, una volta superati i due tornanti di monte Corvello, si arriva a Giano.Il piccolo nucleo abitativo ha ancora molto pronunciata la sua fisionomia medievale, costituito com’è dalla coesione di due cerchia di mura ricche di torri e postierle.Queste mura, risalenti al XII-XIII secolo, hanno, subìto nel corso degli anni numerosi restauri. Soprattutto nel XIV secolo, durante la direziore del cardinale Alhornoz - legato papale addetto al riassetto politico in territori particolarmente irrequieti quali i nostri - furono oggetto di numerosi rifacimenti (in particolare si realizzarono torri in funzione difensiva sulle porte di accesso).Prima di entrare nel borgo, sulla sinistra, a ridosso della cerchia muraria e in corrispondenza della porta di accesso al castello, si staglia il complesso monumentale della chiesa di S. Francesco, risalente alla seconda metà del XII secolo, oggetto di numerosi rifacimenti, che tuttavia non hanno compromesso del tutto la lettura della primitiva chiesa. Dedicata al santo fondatore degli ordini mendicanti, la chiesa ricalcava in origine le direttive espresse dalla Regola francescana nell’unica navata, nel tetto a capriate e nell’estrema semplicità decorativa. Probabilmente deve essere considerata fra le prime costruzioni francescane in Umbria. Il rigore espresso dalla primitiva chiesa fu alterato nel corso del XVII secolo, quando si intervenne con l’innalzamento dei muri perimetrali della navata ed il rifacimento del tetto a capriate, poi nascosto da una volta a mattoni nel 1909.L’esterno, in conci rosati con copertura a due spioventi, presenta una facciata sopraelevata rispetto all’originale e decorata da un oculo tamponato e da un portale a un rincasso; la parte posteriore conserva una monofora coeva alla originaria costruzione e, sulla sinistra di chi guarda, una finestra con timpano secentesco che contraddistingue, come l’evidente cesura sul muro perimetrale, l’aggiunta della cappella nel XVII secolo. Sulla destra si aprono i locali del convento, tra i quali spicca, dal punto di vista architettonico, l’ambiente dell’ex refettorio.Tutta la struttura è già documentata nel XIII secolo: infatti fin dal 1291 vennero concesse indulgenze a chi avesse visitato il convento Giano.L’interno della chiesa, come già detto oggetto di numerosi interventi nel corso dei secoli, è ad una navata e conserva nella parete di controfacciata un organo ligneo del XVIII secolo. è costituito da una cantoria addossata alla parete, poggiante su due pilastri e da una cassa con prospetto a tre campate: la decorazione è a finto marmo con inserti in foglia d’argento; le poche canne superstiti testimoniano un criterio costruttivo settecentesco. L’esecuzione molto raffinata ha rivelato affinità stilistiche con strumenti di Luigi Galligani, maestro organaro folignate attivo nel XVIII secolo. Le pareti sono decorate da sei (tre per parte) altari lignei del XVIII secolo, abbelliti da paliotti in scagliola, di scuola toscana, dipinti a motivi floreali e sormontati da pregevoli tele.La tela del primo altare della parete destra rappresenta in alto la Madonna di Costantinopoli tra S. Stefano e S. Carlo Borromeo:è stata dipinta dal pittore tuderte Pier Paolo Sensini.Sul secondo altare: S. Antonio che predica ai pesci, tela secentesca ora restaurata e depositata presso la parrocchiale di S. Michele. In occasione del suo spostamento è emersa parte della decorazione cinquecentesca ad affresco: sulla sinistra, si vede un San Sebastiano, sulla destra, tracce di una Sacra Famiglia.Il terzo altare conserva una tela con la Madonna col Bambino e angeli e i santi Felice, Francesco e Sebastiano. è datata 1612 ed è stata anch’essa eseguita dal Sensini.Sulla destra si apre una cappella con volta a crociera e mattoni a vista, la cui parete di fondo è decorata da una tela raffìgurante la Madonna col bambino tra S. Ludovico e S. Antonio da Padova, eseguita dal Sensini nel 1601. Al centro si legge: “DIE VIII DECE(M)BRIS 1601 N(OSTRO) S( IGNORE)”.L’imponente altare maggiore, grandioso sipario ligneo di impostazione barocca, funge da quinta divisoria: infatti isola e nasconde alla vista l’originaria abside della chiesa; è decorato da una tela con L’Adorazione dei magi coeva, oggetto di un intervento conservativo negli anni Settanta.

 

[avanti]


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