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Perugia
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Stemma del borgo

Chiesa S.Agostino

Il Tempio

Imboccando via del Tempio, si raggiunge il Tempio di Sant’Angelo: è una chiesa antichissima, a cui tutti gli abitanti del borgo sono legati in modo particolare e che dà il nome a tutto il quartiere. L’edificio si inquadra con notevole effetto prospettico sul fondo della via di accesso. Già il piazzale erboso che lo precede si presenta come un’oasi di pace e raccoglimento: uno dei luoghi più suggestivi di Perugia. Lo delimita su tre lati una teoria di cipressi, mentre il quarto lato è una terrazza aperta verso ovest, dominata dal Cassero di Porta Sant’Angelo. A destra era situata la vèra di un pozzo del ’600, che è stata poi riportata in Piazza Piccinino da dove proveniva; a sinistra una colonna, sormontata da una croce, che apparteneva ad una delle cappelle del tempio.La chiesa, insieme a Santo Stefano Rotondo di Roma, è un rarissimo esempio prebizantino di chiesa a pianta centrale, rotonda con tamburo, navata circolare, cappelle radiali e tetto in vista, tipo comparso in Italia nel sec. V e dovuto a correnti di tipo orientale. L’edificio originale è databile alla fine del V secolo. Il trecentesco portale principale proviene dalla chiesa di Santa Maria dei Servi demolita nel 1542.Si può subito ammirare l’anello centrale formato da 16 colonne. Le colonne sostengono il tamburo, ridotto in altezza nel XIV secolo, e arricchito di contrafforti gotici per sostenere il tetto. I contrafforti esercitarono una spinta verso l’esterno per cui un secolo dopo fu necessario controbilanciare aggiungendo un secondo giro di contrafforti lungo il muro perimetrale interno e dovettero chiudersi tre delle quattro cappelle. Il tempio che in origine aveva pianta a croce greca, di conseguenza, risultò circolare. Oggi una cappella è stata riaperta, mentre quella meridionale è stata demolita nel ’300. Le sedici colonne che compongono l’anello, sono di materiale eterogeneo: sei sono di granito grigio, quattro di marmo di Carrara, due di marmo nero e le rimanenti due di marmo cipollino. La diversità delle colonne (di materiale e di diametro) prova la loro diversa provenienza: la chiesa di San Michele Arcangelo venne infatti eretta a spese di qualche tempio pagano demolito. Anche i capitelli e le basi delle colonne sono diversi tra di loro: alcuni capitelli sono di ordine ionico, altri corinzi, altri infine compositi. Al centro sorge l’unico altare: una lastra di marmo grigio ricavata da una lapide romana, sorretta da un tronco di colonna. Sul piano sono presenti sei fori: uno grande al centro doveva contenere le reliquie sacre, uno più piccolo serviva a sostenere la croce, gli altri quattro agli angoli reggevano aste o colonnette per i tendaggi del tabernacolo. >>>



Corso Garibaldi e porta Sant'Angelo

L’odierno quartiere di Porta Sant’Angelo occupa la parte nord della città di Perugia e si stende appena fuori dalla porta etrusca, conosciuta con il nome di Arco di Augusto. Il borgo è racchiuso a sua volta in una seconda cerchia di mura, quella medievale, e si stende fino all’altra porta settentrionale della città: l’imponente Cassero, di Porta Sant’Angelo. Quindi, almeno nelle prime fasi di vita, questo agglomerato si configura come esterno all’originario nucleo che fino al ’200 coincideva con quello etrusco.Il quartiere nasce come sobborgo, agli inizi del ’200, quando Perugia conosce un prodigioso sviluppo demografico e la popolazione si vede costretta a costruire case anche all’esterno delle mura, soprattutto lungo le strade maestre che fuoriuscivano dalle porte cittadine protendendosi verso il contado. Uno di questi sobborghi è proprio Sant’Angelo, che deve molte delle sue caratteristiche peculiari al fatto di essere nato come quartiere popolare, a forte densità di popolazione. Infatti, nonostante nel ’300 il borgo venga cinto da nuove mura, e dunque inglobato nel circuito urbano, mantiene la definizione di città “bassa”, popolare, contrapposta alla nobile città “alta”. Antica strada maestra del contado, è l’attuale Corso Garibaldi, già via della Lungara, che costituisce la spina di sviluppo del borgo di Porta Sant’Angelo. La via è di struttura molto stretta ed allungata, serrata da un’edilizia minuta e compatta. Sono ancora forti i caratteri popolari del quartiere: le case si sviluppano in schiere, organizzate lungo il Corso e sui brevi vicoli laterali, che si innestano a pettine sulla via principale. Sul retro delle case si aprono piccoli orti e cortili, che dovevano servire a soddisfare le prime esigenze alimentari delle famiglie residenti. I nomi delle stradine laterali ci riportano a momenti di storia passata, quando il borgo era abitato da artigiani specializzati in lavori umili e da commercianti (organizzati in vere e proprie corporazioni) e pieno di piccole botteghe e laboratori: via Tornitori, via Pellari, via Solfaroli, via Martelli, via del Pepe, via della Cera.L’edilizia semplice del borgo offre deliziosi caratteri costruttivi, con scale esterne, logge e bei portali; rimangono anche rare tipologie antiche, come la casa con scaletta esterna (al n. 126) e la casa signorile del ’300 (al n. 133/135) in conci di pietra e aperture ad arco. Tipica di questa, come di altre zone medievali della città, è la presenza della cosidetta porta del morto, che qui compare in numerosi esemplari. Si tratta di porte rettangolari, o terminanti ad archetto, alte e strette, aperte su un livello superiore a quello stradale che, secondo la tradizione, servivano da uscita per le casse dei defunti: la superstizione rendeva plausibile la presenza di questi usci speciali per evitare che i morti si servissero della stessa porta dei vivi. In realtà le case medievali avevano quasi sempre due aperture: una più grande, aperta sul piano stradale e su ambienti usati come botteghe e laboratori, ed una più piccola (quella chiamata poi “del morto”), aperta più in alto del piano stradale (c’era una scaletta di legno a collegarle al suolo) e su una ripida scala interna che conduceva al piano superiore, dove si trovava l’abitazione vera e propria.Oggi invece, in molti casi, sono proprio le “porte del morto” ad essere diventate i veri ed unici ingressi delle case e delle attività commerciali (e perciò munite di alcuni gradini in muratura per rendere più agevole l’accesso), mentre le aperture più ampie sono state tamponate.Nel tessuto minore delle abitazioni si inseriscono chiese e conventi di fondazione medievale, che in questa parte della città si addensano in modo davvero singolare. La presenza così fitta di edifici sacri e conventuali si spiega con motivazioni di ordine soprattutto logistico: nel periodo in cui queste costruzioni vennero iniziate, tutti gli spazi all’interno della città erano ormai occupati e, se qualcuno ne rimaneva, non era certo sufficiente ad accogliere edifici vasti come chiese e monasteri. Inoltre la popolazione, da poco inurbata, aveva bisogno di punti di riferimento religiosi nelle vicinanze, senza dover per forza di cose ricorrere agli edifici sacri del centro storico. Nella “spartizione” delle aree d’influenza tra i vari ordini religiosi, Porta Sant’Angelo toccò agli Agostiniani che, dopo essersi stabiliti nel borgo intorno alla metà del ’200, non lo hanno più abbandonato. Naturalmente il rapporto tra la popolazione e gli insediamenti religiosi è sempre stato molto stretto: i monasteri di Santa Caterina e della Beata Colomba, pur essendo di clausura, di domenica aprono le loro chiese a chi vuole seguire la messa; nel 1944 un altro monastero, quello di Sant’Agnese, ruppe la clausura per dissetare gli abitanti del borgo stremati dalla sete durante la guerra. Anche la chiesa di Sant’Agostino, durante le guerre civili di Perugia, è sempre stata la “chiesa del popol minuto”, in contrapposizione a quella di San Francesco al Prato, “la chiesa della nobiltà”.Ancora oggi il quartiere non ha perso alcune caratteristiche che lo rendono unico e particolare rispetto ad altre zone della città: continua a presentarsi come luogo a forte densità abitativa anche se ai popolani, ai commercianti e alle confraternite religiose si sono sostituite altre vivaci comunità. È il caso dei soldati del Distretto Militare, che hanno occupato il convento di Sant’Agostino, o del nutrito gruppo di studentesse che occupano l’ex-monastero di Sant’Antonio, trasformato in Casa della Studentessa, o ancora la fitta schiera degli studenti stranieri che hanno eletto il borgo luogo di residenza ideale per la vicinanza con l’Università Italiana per Stranieri in Piazza Fortebraccio.La festa religiosa più importante del Borgo è naturalmente quella di San Michele Arcangelo, ritenuto il patrono del quartiere (29 settembre); in questa occasione si svolge una solenne cerimonia religiosa al Tempio di Sant’Angelo, seguita da un rinfresco preparato e organizzato dalle famiglie residenti nel borgo. Altre festività importanti sono quella di Sant’Agostino (28 agosto) e di Santa Rita (22 maggio), entrambe celebrate presso la chiesa di Sant’Agostino. Il percorso consigliato, inzia dalla parte bassa di Corso Garibaldi e giunge fino al Cassero di Porta Sant’Angelo. Dopo aver percorso un breve tratto, sulla destra si apre Piazza Lupattelli (patriota perugino, giustiziato a Cosenza con i fratelli Bandiera), dove si trova il grande complesso di Sant’Agostino: chiesa, convento ed oratorio dell’omonima confraternita; questa fu una delle più antiche tra quelle di origine disciplinata* (documentata dal 1317). L’Oratorio di Sant’Agostino è uno dei più interessanti esempi del protobarocco presente a Perugia. Il portale d’ingresso è rinascimentale: si entra nell’atrio e, a sinistra dell’ingresso, c’è una piccola chiesa rerettangolare. Ai quattro angoli della cappella si aprono quattro porte, una delle quali è quella da cui si entra. Le mura sono decorate da quadri e da una ricchissima decorazione intagliata con foglie, putti e cornici in legno trattato a foglia d’oro. La decorazione in legno dorato è opera di Charles d’Amuelle ed è datata alla fine del XVII secolo. Anche il soffitto è interamente occupato dalla decorazione barocca a intaglio e abbellito da tre tele del pittore perugino Mattia Batini: Gloria dei Santi: San Filippo, Sant’ Agostino e San Giacomo Minore. Le pareti espongono 12 grandi quadri con storie di Gesù e dei Santi Filippo e Giacomo; nove sono opera di Giulio Cesare de Angelis e tre di Bernardino Gagliardi (1656). Ai lati del finestrone a vetri ottocentesco, altre due tele di Mattia Batini: San Sebastiano e San Rocco. Il ricco altare, che presenta una decorazione a colonnine e frontespizio in legno dorato (1563), è completato da un tavola opera di Orazio Alfani, Madonna in gloria e Santi.. La lunetta con il Padre Eterno è attribuita a Giovanni Antonio Scaramuccia.Da qui si passa nella Sacrestia, tutta decorata da Pietro Carattoli con delle belle “Prospettive” architettoniche e con immagini figurate di Francesco Appiani. Sull’altare la tavola: Madonna e Santi di Raffaellino del Colle (1563): questo dipinto servì in passato, molto probabilmente, anche come stendardo per le processioni. Sotto l’Oratorio c’è una vasta sala voltata, un tempo Ospedale della Confraternita, poi trasformata in granaio, in falegnameria e ora in disuso. Si scorgono appena tracce di affreschi: una Trinità, Sant’ Agostino, San Domenico, opere di artisti perugini ed eseguite verso la metà del XIV secolo. Sulla parte frontale, dove forse in tempi passati era collocato l’altare, è stato recentemente riscoperto un bell’affresco con una Crocifissione. 

 

 

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© Edizioni Era Nuova 2001